I mantenuti

Di Bottarelli Mauro
09 Novembre 2006
Dicono di tutelare tutti i lavoratori. Ma Cgil, Cisl e Uil hanno ottenuto dal governo Prodi solo la (propria) ricca pensione

L’esperienza italiana ci insegna che l’interesse delle burocrazie sindacali non coincide quasi mai con quello dei lavoratori, poiché in alcuni casi quella messa in atto dalla Triplice è soltanto la difesa di un potere autoreferenziale mentre in altri rappresenta l’affermazione di astratte posizioni ideologiche che si differenziano – e non poco – dall’interesse dei lavoratori in carne e ossa. A dimostrare chiaramente questo assunto è l’intera Finanziaria che il governo guidato da Romano Prodi si accinge a varare, una manovra che da più parti viene descritta come dettata dai sindacati, Cgil in testa. Pregiudizi antigovernativi? Non proprio. E a confermarlo ci pensano i fatti, i numeri, le scelte compiute.
Cuneo fiscale. Secondo il governo è stato distribuito alle imprese sotto forma di riduzione dell’incidenza del fattore lavoro nel calcolo dell’Irap e ai lavoratori come ridisegno delle aliquote fiscali in modo tale da punire i ceti medi e alti e favorire i redditi bassi. In realtà, si tratta di uno specchietto per le allodole fortemente voluto dalla Cgil per ammantare di aurea redistributiva quella che è solo una bufala. La condizione dei redditi più bassi non è migliorata come si potrà constatare facilmente quando si sommeranno le nuove aliquote Irpef, l’aumento dei contributi previdenziali, gli effetti della sostituzione delle deduzioni per carichi con le detrazioni e le maggiori addizionali Irpef a livello locale. «Per altro verso, poi, si è persa l’occasione di concentrare la spesa per il cuneo sulla detassazione di premi e incentivi del salario perché questi avrebbero incoraggiato le imprese a fare accordi aziendali con incrementi salariali legati alla produttività e ai risultati, ovvero premiare chi lavora e spronare a fare di più chi invece non lavora abbastanza», dichiara a Tempi l’onorevole Maurizio Sacconi di Forza Italia, ex sottosegretario al Welfare. Come da copione, il sindacato si è definito soddisfatto e orgoglioso di questa parte della manovra dipingendola come improntata all’equità sociale. In realtà non ha aiutato affatto i redditi più bassi e non ha incentivato la crescita dei salari nei casi in cui – e sono molti – i lavoratori siano protagonisti di una maggiore produttività. Livellamento verso il basso, questa la logica abbellita con il costume di scena dell’equità sociale.

Condoni e accantonamenti
Gli articoli 177 e 178 sono stati definiti sul Corriere della Sera del 31 ottobre dal professor Pietro Ichino «un condono che lascia l’amaro in bocca» e «un sistema nel quale nessuna scelta incisiva può essere compiuta se non unitariamente alle tre confederazioni maggiori e comunque solo da queste». Di cosa stiamo parlando? Del fatto che questa manovra mette nelle mani delle burocrazie sindacali il potere di determinare un condono addirittura penale. Nelle misure per promuovere l’occupazione e l’emersione del lavoro irregolare è previsto che i datori di lavoro possano presentare la relativa istanza all’Inps soltanto se abbiano proceduto alla stipula di un accordo aziendale o territoriale con le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (leggi la Triplice), finalizzato alla regolarizzazione del rapporto di lavoro. Tale accordo sindacale dovrà altresì disciplinare la regolarizzazione dei rapporti di lavoro mediante la stipula dei contratti di lavoro subordinato e la sottoscrizione di atti di conciliazione individuale. Ma anche per la cosiddetta stabilizzazione dei rapporti di lavoro tramite contratti alle dipendenze e per la corretta applicazione dei rapporti di collaborazione a progetto viene incoraggiata la stipula di accordi aziendali.
Tali norme tendono a promuovere l’ingresso del sindacato confederale nei settori periferici e più flessibili del mercato del lavoro con il ruolo di “padri confessori”. Dipende dai sindacati – cioè come scritto nella Finanziaria «dal negoziato con le organizzazioni sindacali aderenti alle associazioni nazionali comparativamente maggiormente rappresentative» – il fatto che un datore di lavoro che abbia finto che i propri dipendenti fossero “autonomi” o “a progetto” – o peggio ancora fossero pagati in nero – possano accedere agli sconti (metà del dovuto se hai simulato il lavoro autonomo, un terzo se si è evaso totalmente).
Qualcuno avrà pure spiegato ai leader sindacali che, in Italia, un quarto del gettito fiscale grava solo su di un quarantesimo dei contribuenti e che il 70 per cento dei cittadini, con un reddito superiore alla magica soglia di 75 mila euro lordi, sono lavoratori e pensionati (a fronte di un 20 per cento di professionisti e di un residuo 10 fatto di imprenditori ed agricoltori): ma questi, chissà come mai, fingono di non sentire.
Il perché di questa sordità è presto spiegato. In materia di pubblico impiego, ad esempio, il sindacato porta a casa nel primo biennio della manovra allo studio un ingente accantonamento per gli aumenti salariali, «anche se nei fatti – prosegue Sacconi – ci sarà uno slittamento di un anno dei rinnovi dei contratti del pubblico impiego. Non avremo certamente una stagione contrattuale capace di premiare il merito». Andiamo incontro a una stagione contrattuale di distribuzione egualitaria degli aumenti senza alcun criterio premiante per i migliori e penalizzante per gli scansafatiche. A monte di tutto, poi, l’esecutivo guidato da Romano Prodi ha spezzato il tavolo unico delle parti sociali introdotto dal governo Berlusconi, tavolo che aveva dato pari dignità a tutte le organizzazioni d’impresa, del lavoro autonomo, delle professioni, della cooperazione e dei lavoratori anche di tipo autonomo come Confal e Cisal. «Siamo d’un balzo tornati indietro al vecchio mondo per cui il governo ha riutilizzato la logica di un tavolo principale fatto da Triplice e Confindustria rispetto al quale gli altri hanno solo il potere di aderire o meno», prosegue Sacconi. Altrove si chiamerebbe monopolio della delega, in Italia appare la norma con tanto di plauso da parte di Confindustria.

Giustizialismo fiscale
Tfr, trattamento di fine rapporto. Con la Finanziaria il sindacato porta a casa un avvio della previdenza complementare nel quale il silenzio-assenso favorisce sempre i fondi delle parti sociali (cosiddetti “chiusi”) anche se proprio nelle aziende con più di 50 addetti – dove il sindacato è più presente – incontrerà lo Stato come soggetto interessato alla devoluzione del Tfr ai propri fondi, cioè all’Inps. Una sorta di guerra di attribuzione spiegata unicamente dall’ingente “torta” che questa corsa statal-sindacale intende spartirsi. Inoltre il sindacato ha fortemente sponsorizzato un’idea di giustizialismo fiscale che identifica a priori l’evasione con il lavoro autonomo mentre si sa che anche il dipendente quando fa un secondo lavoro, quando riceve lo straordinario o un premio fuori busta, quando compra o vende una casa, quando rifiuta una fattura, può evadere. Sbattere il mostro (fiscale) in prima pagina e distogliere l’attenzione dallo scippo del Tfr. L’avvio della stabilizzazione dei circa 100 mila precari delle pubbliche amministrazioni, poi, viene disegnato sotto dettatura dei sindacati – obbligati a blandire la loro riserva di tessere più ampia insieme a quelle dei pensionati – secondo la peggiore logica del todos caballeros: non si ipotizzano concorsi, ma soltanto sanatorie che prescindono dai meriti o demeriti dei lavoratori interessati. Ma, come se questo non fosse sufficiente, ecco che la Finanziaria prevede anche la facilitazione per l’iscrizione al sindacato, visto che viene introdotta la possibilità di pagare l’iscrizione tramite home-banking, ovvero un ulteriore consolidamento della delega sindacale. In bianco.

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