I moralisti moralizzati
Il tono era quello energico di sempre, ma uno spleen evidente ha attraversato lo sguardo di Kofi Annan quando, la settimana scorsa, ha pronunciato uno dei passaggi centrali del suo indirizzo ai 150 capi di Stato e di governo riuniti a New York per il grande summit delle Nazioni Unite: «Non abbiamo ancora realizzato l’ampia e fondamentale riforma che io e molti altri giudichiamo necessaria… Vi invito ad avere la pazienza di perseverare». Con quelle parole il diplomatico africano giudicava implicitamente se stesso, ammetteva i molteplici fallimenti della sua gestione, dava ragione – volente o nolente – ai severi commissari della Commissione d’inchiesta sullo scandalo Oil-for-food presieduta da Paul Volcker che nel primo volume del suo Rapporto finale fresco di stampa (7 settembre scorso, il secondo e ultimo volume sarà reso pubblico a metà di ottobre) lo hanno condannato con queste parole: «Quando sono sorti problemi col programma, il Segretario generale ed il suo vice si sono mostrati riluttanti a riconoscere la propria responsabilità per i difetti di esso. Non hanno fatto in modo che prove decisive fossero portate all’attenzione del Consiglio di Sicurezza e del Comitato 661 (che vigilava sulle sanzioni all’Irak – ndr). Inoltre, hanno fatto sforzi trascurabili per affrontare le violazioni delle sanzioni coi dirigenti irakeni e hanno supervisionato in modo inadeguato le attività di Benon Sevan e del suo Ufficio del programma per l’Irak (Upi) nell’amministrazione di più di 100 miliardi di dollari di transazioni».
Il Rapporto illustra come il regime di Saddam Hussein abbia accumulato 10,2 miliardi di dollari di profitti illeciti e creato una rete clientelare planetaria basata su di una sapiente regia dei multimiliardari contratti Oil-for-food nei sette anni di vigenza del Programma, grazie alla complicità diretta di alcuni alti responsabili dell’Onu come Benon Sevan, direttore dell’Upi, e alla distratta negligenza di altri, fra cui il Segretario generale. Il Wall Street Journal ha definito tutto ciò «la più grande frode mai registrata nella storia» e sottolineato che «i peggiori critici dell’Onu non avrebbero potuto inventare quello che il Rapporto Volcker rivela». Le rivelazioni del Rapporto rappresentano il culmine di un crescendo di scandali Onu nei primi nove mesi di quest’anno: gli abusi sessuali su minorenni da parte di caschi blu in Burundi, Haiti e Liberia (dopo il caso Congo nel 2004), la truffa da 1 milione di dollari dei caschi blu ucraini in Libano che hanno rivenduto il carburante dell’Onu, la nota di biasimo del primo rapporto Volcker nei confronti di Kofi Annan per non aver promosso una commissione di inchiesta sui maneggi di suo figlio Kojo nel contesto di Oil-for-food, l’incriminazione da parte dell’Fbi di due dirigenti russi del Palazzo di Vetro responsabili degli appalti e del bilancio, Alexander Yakovlev e Vladimir Kuznetsov, accusati di concussione e riciclaggio di denaro frutto di tangenti. Un po’ troppo, per un ente che, secondo i progressisti, dovrebbe incarnare l’autorità morale di riferimento nell’ambito della politica internazionale.
10,2 miliardi di dollari di introiti illeciti per Saddam
Il Rapporto Volcker, redatto sotto la direzione dell’ex presidente della Federal Reserve americana e del giudice sudafricano Richard Goldstone, già procuratore generale dei tribunali internazionali per i crimini nell’ex Jugoslavia e in Ruanda, è costato la bellezza di 35 milioni di dollari per un anno e mezzo di lavoro, ma non si può parlare di tempo e denaro sprecati. Alcuni presunti scoop giornalistici degli ultimi mesi hanno creato l’impressione che il grosso dello scandalo consista nell’allocazione di quote della produzione di greggio irakena a personaggi politici di tutto il mondo, che si facevano sponsor di imprese e società dei loro paesi. In realtà questa pratica, per quanto discutibile, era completamente legale, in quanto l’accordo fra l’Onu e il regime irakeno, approvato anche dal Consiglio di sicurezza, prevedeva che a scegliere gli acquirenti del petrolio (così come i fornitori dei beni umanitari) fosse Baghdad. Il raggiro è iniziato quando, a metà del 2000, Saddam Hussein ha cominciato a chiedere agli acquirenti un sovrapprezzo in nero fra i 10 e i 50 centesimi di dollaro al barile, e ha trovato molti che gli hanno detto di sì. Al despota importava talmente accumulare soldi fuori dal conto vincolato di Oil-for-food, dove confluivano le entrate delle vendite legali di petrolio, che adescava gli acquirenti con prezzi inferiori a quelli del mercato, così che risultasse vantaggioso per loro pagare la tangente. In questa maniera Saddam ha scroccato 228,8 milioni di dollari, la fetta più piccola della torta finale di 10,2 miliardi. Maggior successo ha registrato un altro sistema fraudolento: la richiesta di tangenti a tutti i fornitori di aiuti umanitari e di parti di ricambio per l’industria petrolifera, rappresentati in gran parte da operatori russi e francesi. Secondo il Rapporto Volcker il regime irakeno si è così procurato 1 miliardo e 583,4 milioni di dollari di introiti illeciti. Ma la vera bonanza di tutta la faccenda è costituita dal contrabbando di petrolio ed altre merci coi paesi vicini: Siria, Giordania e Turchia. In totale violazione del regime di sanzioni in vigore dal 1991, l’Irak ha continuato a commerciare con questi paesi incassando, nel solo periodo di Oil-for-food (1996-2003), qualcosa come 8 miliardi e 390 milioni di dollari. Chi oggi scrive e dice che Oil-for-food è stata un successo perché ha risparmiato la vita di molti irakeni, dovrebbe pensare a quanti altri irakeni si sarebbero potuti salvare se i proventi del petrolio contrabbandato e le tangenti su petrolio e aiuti umanitari fossero stati versati nel conto vincolato di Oil-for-food anziché nelle tasche di Saddam Hussein.
La generosa zia di Benon Sevan
Tutto questo è avvenuto per una serie di negligenze e di opportunismi politici che coinvolgono il Segretariato generale dell’Onu, l’Upi, il Comitato 661 e lo stesso Consiglio di sicurezza. Ma c’è qualcuno, dentro l’Onu, che si è spinto molto più in là della negligenza o della manovra politica, e ha finito per addentrarsi nel terreno della truffa. È il caso del cipriota Benon Sevan, nominato direttore dell’Ufficio del programma per l’Irak (Upi), incaricato di sovrintendere Oil-for-food, da Kofi Annan. Il giudizio del Rapporto Volcker sul suo lavoro è negativissimo: «Mr. Sevan 1) non si è fatto carico delle responsabilità dell’Upi riguardo al controllo delle sanzioni; 2) ha nascosto prove decisive di denunce circa tangenti su contratti umanitari al Comitato 661; 3) ha marginalizzato l’importante ruolo di controllo della Divisione per la gestione del programma; 4) non ha garantito che la Divisione per l’elaborazione e il controllo dei contratti possedesse risorse ed expertise adeguate per esaminare i contratti relativi al programma». I commissari pensano di avere capito il perché di tanta trascuratezza. Nel corso della loro inchiesta si sono imbattuti in materiale documentale e testimonianze dirette irakene che attestavano l’allocazione di quantitativi di petrolio a Sevan, su sua richiesta, che sarebbero stati poi acquistati e rivenduti da una società con sede a Panama di nome Amep. Hanno allora avviato una verifica dei conti bancari e del patrimonio finanziario di Sevan e signora, e hanno scoperto che la loro condizione economica era drasticamente mutata fra il dicembre 1998 e la fine del 2001: mentre in precedenza il saldo fra le entrate e le uscite dei loro conti era prossimo al pareggio, nel periodo in considerazione i conti correnti avevano visto crescere in continuazione il saldo grazie a decine di versamenti di contanti fra i 1.000 e i 9.000 dollari (guarda caso, a partire da 10 mila dollari scattano controlli di polizia). Interrogato sull’origine di tutto quel denaro, Sevan aveva risposto agli allibiti investigatori: «Me li ha dati mia zia». Effettivamente, nei moduli Onu per la trasparenza finanziaria Sevan aveva indicato nella zia Bertouji Zeytountzian, residente a Cipro, l’origine di 160 mila dollari in contanti da lui riscossi fra il 1999 e il 2003. Essi sarebbero serviti a ripagare le spese da lui sostenute per ospitarla a New York in cinque successivi soggiorni in quell’arco di tempo. La spiegazione era apparsa subito stravagante, e le indagini successive hanno provveduto a ridicolizzarla. Si era appurato che zia Bertouji viveva grazie ad una modesta pensione di 1.000 dollari al mese e il saldo del suo conto corrente bancario era sempre stato modesto, e che le normative fiscali cipriote non le avrebbero mai permesso di esportare una tale quantità di contante; si era pure appurato che la maggior parte dei versamenti dei coniugi Sevan non coincidevano affatto coi soggiorni newyorkesi della loro parente. Coincidevano invece alla perfezione (tranne che per il 2003) con le vendite del petrolio irakeno acquistato dalla Amep ad acquirenti terzi. Coincidevano con periodi di intenso traffico telefonico fra Benon Sevan e Fred Nadler e Fakhry Abdelnour, i due factotum della Amep. Coincidevano con forti prelievi di contante dal conto svizzero di una compagnia controllata da Nadler che avvenivano quando Nadler e/o Sevan si trovavano a Ginevra e stavano per tornare a New York.
In realtà, le cose sono andate così: nel giugno 1998, con la scusa di discutere l’espansione del programma di fornitura di pezzi di ricambio per l’industria petrolifera, Sevan si reca a Baghdad e chiede al ministro del petrolio Rachid di vendere petrolio alla Amep, e nel novembre dello stesso anno alla Amep sono assegnati 1,8 milioni di barili di greggio; nel marzo 1999 incontra Rachid a Vienna e si lamenta perché la seconda allocazione di petrolio è stata soltanto di 1 milione di barili anziché di 2; dopodiché ci sono altre cinque assegnazioni di petrolio, sull’ultima delle quali (13 agosto 2001) la Amep è costretta a pagare una tangente di 95.165 dollari. Alla fine della fiera, Sevan è riuscito ad ottenere 7,3 milioni di barili per i suoi amici della Amep, che hanno realizzato un guadagno di 1,5 milioni di dollari, 150 mila dei quali sono finiti sui conti dei coniugi Sevan a New York.
La ditta del figlio di Annan vince un appalto
Durissimo con Sevan, di cui chiede l’incriminazione, il Rapporto Volcker si mostra invece molto comprensivo nei confronti di Kofi Annan per quanto riguarda la vicenda di suo figlio Kojo: nel dicembre 1998 la Cotecna, una società di cui Kojo Annan era diventato da poco consulente dopo tre anni come dipendente, aveva vinto un appalto Onu per l’ispezione dei contratti di Oil-for-food con un’offerta molto più bassa di quelle dei concorrenti. Era seguito un certo putiferio non appena si era saputo della posizione di Kojo, frequentatore abituale del Palazzo di Vetro, e del fatto che la società era sotto inchiesta per presunte tangenti pagate al governo pakistano al tempo di Benazir Bhutto. Tuttavia il contratto era stato confermato un anno dopo l’altro fino al 2003 e Kofi Annan si era rifiutato di creare una commissione d’inchiesta sulla vicenda. Agli investigatori della sopraggiunta Commissione Volcker, Kojo aveva poi negato di avere avuto a che fare con l’appalto e persino di essere un consulente di Cotecna. Il secondo Rapporto provvisorio della Commissione ha smentito quest’ultima affermazione. Il Rapporto finale ha smentito tutto il resto: «Contrariamente a quanto da lui dichiarato, le prove dimostrano che in tempi rilevanti Kojo Annan ha avuto contatti con la sezione dell’ufficio approvvigionamenti dell’Onu direttamente competente per l’assegnazione del contratto di ispezione. Kojo Annan non è stato sincero con la Commissione nelle sue dichiarazioni secondo cui non ha avuto nessun ruolo nella partecipazione di Cotecna alla gara di appalto per il contratto di ispezione umanitaria». Quando invece si viene a papà Kofi, il Rapporto diventa innocentista: «Non ci sono prove sufficienti per concludere che il Segretario generale sapesse che Cotecna aveva presentato un’offerta alla gara d’appalto del 1998. Il Comitato conferma la sua precedente conclusione che non esistono prove che il Segretario generale abbia influenzato, o tentato di influenzare, il processo di assegnazione che ha premiato Cotecna nel 1998».
Tangenti su tutto: dalla carta igienica ai pasti dei caschi blu
Il responsabile dell’appalto vinto da Cotecna nel 1998 era un dirigente di nazionalità russa, Alexander Yakovlev. L’8 agosto scorso Yakovlev si è dichiarato colpevole in tribunale delle accuse di frode e riciclaggio di denaro frutto di tangenti pagate dai vincitori di appalti per forniture all’Onu che erano state formulate contro di lui dopo un’inchiesta dell’Fbi. A puntare il dito contro di lui era stato per primo un réportage di Fox News, la famosa tivù americana, nel giugno scorso. L’inchiesta rivelava rapporti proibiti del russo con un’azienda sotto contratto Onu e l’esistenza di un conto segreto a lui riconducibile presso una banca nei Caraibi (Antigua Overseas Bank). Il 3 settembre l’Fbi ha arrestato un complice di Yakovlev, anch’egli russo e dipendente delle Nazioni Unite: Vladimir Kuznetsov, presidente del Comitato consultivo sulle questioni amministrative e di bilancio dell’Onu. Anch’egli è titolare, attraverso una società di comodo, di un conto presso l’Antigua Overseas Bank, e su questo conto sono stati effettuati vari versamenti provenienti dal conto di Yakovlev presso la stessa banca. Il terzo Rapporto provvisorio Volcker accusa il dirigente dell’Ufficio approvvigionamenti dell’Onu di aver concusso un’azienda che partecipava ad un appalto di Oil-for-food, la Societé Générale de Surveillance (Sgs); ma non è tutto: «L’indagine della Commissione sui rapporti di Yakovlev con la Sgs ha evidenziato l’esistenza di altre attività corruttive dello stesso, compreso l’incasso di oltre 950 mila dollari di pagamenti, provenienti da altri fornitori delle Nazioni Unite, su un conto bancario off-shore». Si tratterebbe, dice il Rapporto finale Volcker, di «varie aziende, o persone affiliate ad aziende, che complessivamente hanno vinto contratti e ordini d’acquisto delle Nazioni Unite per 79 milioni di dollari». Fox News ha individuato alcune di queste aziende: si tratta soprattutto di imprese attive nella fornitura di pasti e prodotti alimentari per le missioni internazionali dell’Onu. Yaklovev si occupava soprattutto di questo genere di appalti, ma non solo. «Questo scandalo – commenta Fox News – tocca quasi tutto ciò su cui è competente il segretario generale. è attraverso contratti di fornitura per beni e servizi che vanno dalle macchinette del caffè e la carta igienica per la sede delle Nazioni Unite ai servizi di spedizione aerea e le razioni alimentari per le truppe di peace-keeping in giro per il mondo, che l’Onu spende i miliardi di dollari versati ogni anno dagli stati membri».
Certo, siamo in un mondo di peccatori, e puntare il dito sulle colpe altrui non basterà mai a produrre buone riforme e buone politiche. Ma quando un’istituzione ama presentarsi, e viene presentata dai suoi fans, come l’incarnazione più riuscita della morale kantiana, mettere il dito nella piaga di questi campioni del moralismo è, oltre che un dovere, un piacere.
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