I neo-bizantini

Di Tempi
15 Novembre 2001
Filippo Gentiloni, «In armi nel nome di Dio» Il Manifesto (1 nov 2001) Dice che credere significa smascherare gli idoli, qualsiasi pretesa di verità assoluta, ovvero il credente non crede a niente.

Filippo Gentiloni, «In armi nel nome di Dio» Il Manifesto (1 nov 2001)

Dice che credere significa smascherare gli idoli, qualsiasi pretesa di verità assoluta, ovvero il credente non crede a niente.

Salman Rushdie, «I paranoici guerriglieri dell’islam» la Repubblica (5 nov 2001)

Dice che tutto l’islam va riformato, in senso laico, come il cristianesimo, così non influisce più sulla vita.

Umberto Galimberti, «Guerra senza ragione» D di Repubblica (6 nov 2001)

La ragione non è una dote umana, nel senso che è propria di tutti gli uomini, ma un derivato culturale, storicamente contingente e quindi fattore non di unità, ma di divisione.

Francesco Merlo, «L’orgoglio delle identità» Corriere della Sera (10 nov 2001)

Contro l’attacco recentemente portato in televisione, difende i crocefissi, come espressione della nostra tradizione occidentale. Li difende tuttavia in quanto simboli vuoti, folkloristici, seppur nel senso nobile e popolare del termine.

Commento

Tutti i commentatori appaiono decisi a difendere l’Occidente, perché in fondo l’Occidente come identità è niente e in questo niente ripongono la tolleranza di tutto come il valore più moderno. Tuttavia, c’è un articolo molto pertinente alla situazione attuale, scritto pressappoco cent’anni fa da Soloviev (vedi Taz&Bao, n. 45). Soloviev, partendo dalla consapevolezza che «il vero dogma centrale del cristianesimo è l’unione intima e completa del divino e dell’umano», con la conseguente necessità di una «rigenerazione della vita sociale e politica», individua in due grandi eresie anticristiane i principali fattori di crisi della chiesa orientale: la riduzione dell’ideale religioso alla pura contemplazione (monotelismo); la soppressione dell’immagine vivente dell’incarnazione divina e implicitamente della sua manifestazione storica (iconoclastia). L’essenza religiosa dell’islam si fonda su queste due eresie, vedendo nell’uomo «una forma finita senza alcuna libertà e in Dio una libertà infinita senza alcuna forma». La religione si riduce così a un rapporto puramente esteriore, rituale, «tra il creatore onnipotente e la creatura che è privata di qualsiasi libertà non dovendo al suo Signore se non un semplice atto di devozione cieca. È questo il senso del termine arabo islam». Nemmeno vi è la necessità di cambiare l’uomo e la società: «tutto è abbassato al livello dell’esistenza puramente naturale; l’ideale ridotto a una misura che garantisca una realizzazione immediata». La Chiese orientali non hanno saputo opporsi all’«anticristianesimo aperto e onesto dell’islam». Soloviev inquadra questa debolezza nel bizantinismo – «anticristianesimo nascosto sotto una maschera ortodossa» – per cui in Egitto e in Asia «cinque anni furono sufficienti per ridurre ad un’esistenza archeologica tre grandi patriarcati della Chiesa orientale». Le Chiese orientali hanno creduto «che per essere veramente cristiani fosse sufficiente conservare i dogmi e i riti sacri dell’ortodossia senza preoccuparsi di cristianizzare la vita sociale e politica; hanno creduto che fosse cosa lecita e degna di lode confinare il cristianesimo nel tempio e abbandonare l’agone pubblico ai principi pagani». Così Soloviev. Noi, d’accordo con la sua analisi e con lui, pensiamo esattamente il contrario e non vogliamo essere bizantinisti, coscienti che il rischio c’è anche nel cristianesimo occidentale, incluso quello di casa.

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