I neo Welby
Si era a poche settimane dal referendum sulla legge 40/2004 (procreazione medicalmente assistita) e il Magazine del Corriere della Sera dedicava la storia di copertina al malato di Sla Luca Coscioni. Erano mesi che in Italia si discuteva di embrioni e provette, e i Radicali già lasciavano intendere quale sarebbe stata la successiva “battaglia”. Disse Marco Cappato durante una convention del partito: «Vogliamo legalizzare e controllare l’eutanasia». Poi venne Piergiorgio Welby, il caso. E Mario Riccio, l’anestesista di Cremona, il pietoso esecutore. Venne la copertina di Panorama e le discussioni su quel che è eutanasia, ma che non si può dire («è stata interruzione di terapia» ha dichiarato Riccio all’Unità il 18 gennaio scorso). Adesso, come ha ribadito a Magazine Maria Antonietta, vedova Coscioni, si andrà avanti per «legalizzare e regolamentare l’eutanasia». Il primo passo sarà la legge sul testamento biologico, anche se «non sarà facile» perché «ci sarà un duro scontro coi politici moralisti, difensori della vita a tutti i costi, genuflessi agli ordini delle gerarchie ecclesiastiche».
Intanto, altri chiedono di poter seguire la strada intrapresa da Welby. Come il padre di Eluana Englaro, la donna di Lecco che da 15 anni vive in stato di coma vegetativo, che ha chiesto di poterle staccare la spina. I giudici finora hanno rifiutato di avallare il gesto, ma il 18 gennaio a Milano, durante un convegno promosso dalla Consulta della Bioetica, è stato chiesto di «poter liberare Eluana dalle terapie nutrizionali». Cioè condurla alla medesima fine di Terri Schiavo: una morte per fame e sete. Altro caso è quello di Fabio Ridolfi, 31enne marchigiano costretto immobile in un letto. Non ha chiesto solo la dolce morte. In un’intervista alla Stampa ha espresso il desiderio di «poter essere strumentalizzato come Piero Welby». E il medico radicale Silvio Viale su Micromega ha invitato tutti i dottori ad «autodenunciarsi» affinché sia chiaro quanto diffusa sia l’eutanasia clandestina.
Esistono anche segnali di segno opposto. Un gruppo di medici e bioeticisti ha promosso un manifesto “Per il coraggio di vivere e di far vivere” in cui si espongono le ragioni «contro l’abbandono, l’accanimento e l’eutanasia» e in favore «della garanzia di una presa in carico globale di trattamento, cura e sostegno» del paziente. Ed esistono anche studi, come quello presentato da una ricercatrice svizzera sui “suicidi assistiti di Basilea” secondo cui «la metà delle 43 vittime nel periodo ’92-’93 erano casi psichiatrici. Non di rado le diagnosi erano insufficienti o errate: nella cartella clinica di un paziente figurava unicamente l’indicazione “reumatismo”». In altri casi, si era scambiato un cancro ai polmoni con una semplice «bronchite». Più di recente, il giornale svizzero Sonntagszeitung ha pubblicato un’inchiesta sui suicidi assistiti svizzeri. In un caso, un paziente, dopo la somminstrazione del farmaco e un’agonia protrattasi per diverse ore, s’è risvegliato. S’è detto sollevato che gli fosse stata concessa «una seconda vita». A “risuicidarsi” non ci pensa più.
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