I “no buyers” del sabato sera
Atto 1, anno 1219. «Il Cielo si è stancato delle idee di arroganza e di lusso spinte all’eccesso da parte della Cina. Io, Gengis, io resto nella regione selvaggia del Nord in cui l’uomo ha condizioni di vita che impediscono alle cupidigie e ai desideri persino di nascere; io ritorno alla semplicità e alla purezza; io bandisco la prodigalità e mi uniformo alla moderazione; che si tratti di ognuno degli abiti che porto o di ognuno dei pasti che prendo, ho gli stessi stracci e lo stesso cibo dei guardiani di buoi e dei palafrenieri; considero il popolo un bambino e tratto i soldati come se fossero miei fratelli».
Atto 2, anno 2001. «Vi invitiamo a non fare acquisti per 24 ore. Per un giorno non comprate nulla. Fate un gesto simbolico, importante, che mostri come si può sfuggire all’imperativo del consumismo riappropriandosi di una fetta di tempo per fare cose diverse dallo shopping di massa. Un piccolo passo per ritornare ad uno stile di vita in armonia con l’ambiente, per riscoprire la solidarietà e la gratuità. … Il nostro modo di consumare, in quantità e qualità, è purtroppo la causa dell’enorme divario tra Nord e Sud del mondo, origine dei disastri ecologici e sociali che stiamo vivendo. Non esistono le risorse per consentire a tutti gli abitanti del pianeta il nostro tenore di vita, qualcuno deve forzatamente rimanere escluso».
Nel nome del niente
Sì, l’ideologia è la stessa. Per fortuna, però, otto secoli non sono passati invano. Per cancellare il consumismo dalla terra Gengis Khan, autore dell’editto riportato in apertura, distruggeva infatti le città “centri del vizio”, ammucchiava in piramidi le teste tagliate dei loro “debosciati” abitanti e distruggeva le opere di irrigazione, per costringere tutti alla pastorizia nomade. I No Global italiani, invece, si sono limitati ad annunciare col loro comunicato un’innocua “giornata del non acquisto” per sabato 24 novembre. Va detto che la pensata non è loro. Come la profetessa del No Logo Naomi Klein, anche il buy nothing day viene dal Canada, dove fu lanciato nel 1992 dalla Asbuster Media Foundation. A proposito di rifiuto dei modelli che vengono dal Nord America… Attenzione però! I “non compratori” non dicono: non comprate dai supermercati, e fate un acquisto da qualche piccolo artigiano, o da qualche contadino che produce olio o caciotte in casa, o da qualche “bottega del mondo” che vi dà direttamente dal produttore al consumatore. Non dicono: togliete i bambini dalle schifezze giapponesi del piccolo schermo, e portateli a qualche bel museo. No, no. La parola d’ordine è proprio: non spendete niente! “Vorremmo che ognuno trovasse le sue ragioni per concedersi una giornata di austerità dal consumismo”. Se qualcuno le ragioni non le trova, il motivo glielo diamo noi: sentirsi il portafogli gonfio è sempre meglio che sentirselo vuoto! Anche se Keynes e tutta la sinistra di governo dell’ultimo secolo hanno ripetuto fino alla noia che è proprio colui che inguatta i soldi sotto il materasso invece di rimetterli in circolo il vero responsabile della povertà altrui. Ma idealmente per i no buyers del sabato sera il vero nemico è invece il negoziante e il produttore: chiunque! E lo confessano pure. «È una giornata nella quale si chiede di astenersi da qualsiasi forma di acquisto o spesa, non per essere contro i commercianti o il nano che ci governa o il nano con la barba bianca e lunga, obiettivi forse condivisibili ma comunque limitati…». La domanda che sorgerebbe spontanea è: ma come sbarcano il lunario, quelli che scrivono di questa roba? Dipendenti pubblici? E piacerebbe loro se commercianti e produttori facessero una giornata di sciopero fiscale per far mancare un giorno di stipendio a “questi nani degli statali”?
Il “male” è vivere?
Ma la vera curiosità è un’altra. «Distribuiremo anche delle ricette per l’autoproduzione di detersivi, dolci, ecc. come alternative all’acquisto». Sperando che qualcuno non confonda poi la ricetta del dolce con quella del detersivo, proviamo allora ad autoprodurci un dolce tra i più semplici. Dobbiamo comprarci la farina, o dobbiamo coltivarci il grano da soli? E in questa seconda ipotesi, dobbiamo portare il raccolto al mulino, come fanno tutti i contadini produttori che ancora esistono, o dobbiamo pestarcelo in casa per tre o quattro ore al giorno con una mola di pietra come si faceva nel neolitico? Impastiamo con l’acqua del rubinetto, o andiamo ad attingere alla fontanella? Gas del forno, o ci facciamo un falò nel salotto? Per le uova, magari, è più facile. Ma se si vuole evitare di comprarsi il latte, il posto per una mucca in casa è davvero più problematico da trovare che per una gallina. Se però “dolce” deve essere, allora ci vuole lo zucchero. E qui il ricorso a produttori su scala industriale è davvero inevitabile. In alternativa c’è il miele, su cui l’autore di queste righe è, curiosamente, autosufficiente. Come contributo alla giornata del non acquisto, diamo a nostra volta la ricetta: occorre una casa di campagna, e uno spazio serranda del bagno in cui sciami di api vaganti si ostinino a venire a infilare il loro alveare un anno si è uno no. Con l’aiuto di un vicino apicultore, in famiglia riusciamo a ricavare un prodotto la cui genuinità farebbe schiattare Naomi Klein, Agnoletto e Casarini tutti in una volta, dall’invidia. Unico inconveniente: ritrovarsi per metà dell’anno con la serranda del bagno chiusa, e la necessità dunque di consumare energia elettrica anche quando fuori c’è il sole. E no: proprio non si riesce a scappare dalla trappola del consumismo! A proposito: durante queste 24 ore di “non acquisto”, i no buyers hanno evitato anche di tenere accese le luci di casa e spento il frigorifero, per non acquistare elettricità dall’Enel? Il giornale in edicola sono andati a prenderlo? E se gli è venuto un attacco di diarrea o di mal di testa, in farmacia avranno pagato il giorno dopo? L’impressione, spiace dirlo, è che la “giornata del non acquisto” sia stata semplicemente un colossale monumento all’inconseguenza. Ma è meglio così. Perché almeno un tipo che cercava di essere conseguente fino in fondo con la premessa che la moneta, il consumismo e la vita in città sono il male assoluto, in questo secolo, in realtà c’è stato. Il suo nome era Pol Pot.
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