I nuovi protagonisti
«Gli unici amici dei curdi sono le montagne», dicevano un tempo i curdi ripiegati nella loro epica vittimista. Il motto coniato dal popolo di combattenti sempre traditi da qualcuno, spesso anche da se stessi, oggi non è più vero: a Erbil, capitale dell’autonomo Kurdistan iracheno, undici paesi hanno aperto rappresentanze diplomatiche e due – Russia e Iran – consolati generali. Non passa settimana senza che delegazioni europee e congressmen americani facciano visita, per non parlare degli uomini d’affari di tutto il mondo. Un tempo elemento politico marginale e di disturbo, buoni solo per essere usati e manipolati dai paesi dell’area per ricattarsi a vicenda, oggi sono l’unica architrave solida del malconcio edificio istituzionale iracheno: curdo è il capo dello Stato, Jalal Talabani, e curde sono le migliori truppe delle forze armate irachene. La loro regione è l’unica dell’Iraq che mostra segni di progresso materiale e condizioni di sicurezza accettabili. Tutto merito dell’istituzione delle no fly zone nel 1991 e della riconciliazione, sotto supervisione americana, fra il Pdk di Barzani e il Puk di Talabani nel 1998: da allora il Kurdistan è diventata l’unica area dell’Iraq dove si poteva sostituire la politica delle armi con le armi della politica e costruire anzichè distruggere. Certamente sull’eccezione curda oggi incombono grosse minacce: quella di un intervento militare in profondità in territorio iracheno da parte della Turchia a causa della presenza di basi del Pkk e quello di una crisi del governo di unità nazionale a Baghdad per il sabotaggio da parte di sunniti e sciiti del referendum che assegnerebbe la città di Kirkuk alla regione curda. Ma su questi e altri problemi i curdi hanno imparato a muoversi con le armi della diplomazia dopo decenni di diplomazia delle armi. Ne è la prova l’intervista che il ministro degli Esteri del Krg, Falah Mustafa Bakir, ha rilasciato a Tempi.
Ministro, cinque anni fa è stato abbattuto il regime di Saddam Hussein. Con una guerra di liberazione o con un’occupazione militare straniera?
Con una guerra di liberazione, perché il popolo iracheno è stato liberato dalla tirrania che l’opprimeva. Noi curdi eravamo già emancipati da essa dal 1991, grazie alla protezione degli americani e dei britannici, e la guerra ha completato il processo di liberazione del popolo iracheno.
Ma gli iracheni paiono soffrire più oggi che ai tempi di Saddam Hussein.
Le sofferenze di oggi si inquadrano nella lotta al terrorismo. Purtroppo le cose non sono andate tutte per il verso giusto, chi era interessato a far fallire la democrazia in Iraq ha favorito il caos e l’installazione del terrorismo nel paese. Ma oggi siamo liberi, stiamo progredendo sulla strada della democrazia e la gente potrà godere dei suoi diritti.
I curdi sono soddisfatti della Costituzione federalista approvata o preferirebbero costituire uno Stato indipendente?
Sin dall’ottobre 1992 il nostro Parlamento autonomo ha optato per l’adesione ad un Iraq federale, democratico e pluralista, nel quale tutti i cittadini possano godere dei loro diritti a prescindere dalla loro etnia o religione. Un Iraq basato sui princìpi della condivisione del potere e delle ricchezze, non come prima quando tutto era deciso da Baghdad, ignorando o negando i diritti delle persone.
Il referendum per l’assegnazione della città di Kirkuk al Kurdistan, che si doveva tenere entro la fine del 2007, è stato rinviato. Se il governo federale non creerà nemmeno nel 2008 le condizioni per il suo svolgimento romperete con Baghdad?
La soluzione referendaria per l’assegnazione dei territori contesi, inclusa Kirkuk, è un impegno sancito dall’articolo 140 della Costituzione, approvata da tutte le forze politiche irachene e ratificata dal voto popolare. Sfortunatamente tantissimo tempo è stato sprecato senza che il governo federale desse attuazione all’impegno. Quando è apparso che non era più possibile rispettare la scadenza fissata per legge, l’Onu è intervenuta con una sua proposta che permetterebbe di svolgere il referendum entro i primi sei mesi del 2008. Il parlamento del Kurdistan ha ratificato questa proposta. Ma se i nuovi termini non saranno rispettati, la situazione diventerà delicata e la leadership curda si farà sentire.
Perché ci tenete tanto a Kirkuk? Chi vi critica dice che lo fate per mettere le mani sul petrolio che si trova lì, uno dei giacimenti più grandi del mondo.
Non è vero. Il primo ministro Barzani ha già più volte dichiarato che il Krg è favorevole a una legge nazionale sugli idrocarburi che stabilisca che i proventi del petrolio vanno redistribuiti fra tutte le regioni dell’Iraq in proporzione al numero degli abitanti. Che Kirkuk entri a far parte del Kurdistan o che ne resti fuori, i proventi del suo petrolio saranno ripartiti fra tutti gli iracheni, non solo fra gli abitanti del Kurdistan. La vera ragione per cui vogliamo Kirkuk è per ristabilire i diritti violati dei suoi abitanti. Molti curdi che abitavano a Kirkuk, e anche un certo numero di turcomanni e assiri, al tempo di Saddam Hussein sono stati espulsi dalle loro proprietà che sono state assegnate ad altri. Altri iracheni sono stati insediati forzatamente a Kirkuk per decisione del vecchio regime. Noi vogliamo che case e terreni tornino ai legittimi proprietari, e che i coloni insediati dal regime ricevano una compensazione e siano aiutati a stabilirsi altrove. Non vogliamo la loro espulsione, ma un processo graduale che si concluda col loro reinsediamento nei luoghi da dove provenivano. Che Kirkuk sia sempre stata parte del Kurdistan lo dicono anche le mappe dell’epoca ottomana.
Oggi il Kurdistan iracheno è bombardato dall’esercito turco a causa delle basi del Pkk sul suo territorio. Cosa pensate di quello che fa il Pkk? Che soluzione proponete?
Il Pkk è un affare interno turco. Noi non siamo il Pkk e vogliamo avere buone relazioni con la Turchia. Controlliamo questa regione dal 1991 e non abbiamo mai interferito negli affari interni della Turchia. Vorremmo che la Turchia rispettasse la sovranità e l’integrità del territorio iracheno allo stesso modo. Non sosteniamo il Pkk e non approviamo le sua azioni. Detto questo, riteniamo che il Pkk sia un problema che non si risolve per via militare, ma per via politica, perché il problema ha una natura politica. È nell’interesse nostro, della Turchia e del Pkk che prevalga un pacifico approccio politico a questo problema. Noi abbiamo proposto il “dialogo dei quattro”, che sarebbero Turchia, Stati Uniti, Krg e governo di Baghdad.
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