I pani (e i pesci) del manipulitismo illustrati da Torino a Napoli

Di Tempi
23 Novembre 2006

Tangentopoli, affittopoli, bancopoli, calciopoli, vallettopolo. E adesso, dopo che da Torino è arrivata la scoperta che la scuola statale è una palestra di follia (ma davvero: nonostante il regime dei colonnelli della Cgil? No-nostante le letterine civiche del ministro Fioroni? Nonostante l’educazione all’affettività su come si vestono i cetrioli?), cosa dovremmo aspettarci? Il divieto di Playstation e, finalmente, una bella Internettopoli? Che noia mortale. Proviamo a chiederci: cosa c’è che non va nell’Italia in cui da tanto tempo non si trova altra parola per dire “educazione al bene comune” se non “legalità”? C’è che quella parola non ha alcuna presa sulla realtà. Perché? Perché un racconto che pretenda trasformare uno strumento (in questo caso la legge) in un fine (la legalità) non può che essere una camicia di forza. Cioè, roba da matti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Siamo l’unico paese al mondo che da vent’anni non fa altro che grattarsi le rogne, predicare pulizia, farsi le unghie pulite. E a non venirne fuori. Mai. Le uniche leggi che funzionano sono quelle che colpiscono il lavoro, che impediscono di lavorare, che criminalizzano il benessere frutto del lavoro. Non ne avete ancora le tasche piene? Ma sì, oportet ut scandala eveniant. È necessario che le cose marciscano perbene. Lasciate perdere quello che scrivono i giornali, e domandatevi: risulta alla vostra esperienza che da quando anche i preti portano in giro la Legalità come una madonna pellegrina la qualità della vita sociale sia migliorata? Risulta, al vostro buon senso e al vostro vissuto quotidiano, che le cose funzionino meglio – dal fisco al lavoro, dalla scuola alla sanità – da quando l’ossessione manipulitista e leguleia ha invaso ogni piega della società?
Legalità? Avete letto Oscar Giannino, settimana scorsa, su questo giornale: come mai solo in Italia succede che più cresce il reddito e l’istruzione, più diminuisce la fiducia nel mercato finanziario? Basterebbe solo questo dato per capire la fuffa che è l’eterna Mani Pulite italiana. Legalità? Come dimostrano le statistiche criminali, a Napoli non si uccideva di meno dieci o vent’anni fa. Anzi. Ma la gente avverte che c’è più violenza sotto la fanfara legalitaria di oggi che non quanta ne corresse prima. Chiedete a un calabrese se c’è un solo dato di fatto che indichi un’inversione di tendenza da quando gli studenti hanno scoperto che saranno famosi in tv se manifestano contro la ‘ndrangheta. Interrogate una vedova della camorra e vi spiegherà ciò che ha spiegato a Michele Santoro: «Se voglio giustizia devo rivolgermi non allo Stato ma a un altro clan». Cosa dovremmo dedurre da tutto ciò, che sono così cretini da non vedere quanto l’ideologia della legalità strida coi fatti? In certi casi è possibile che sia così. Ma nella maggior parte dei casi non è così. Cos’è allora? È il potere, bellezza. E tu non ci puoi fare niente. Eccetto una cosa: smetterla di ripetere i suoi slogan così come il pescivendolo espone la sua mercanzia.

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