I ‘pasticceri’ di via Quaranta

Milano. «Sandro Antoniazzi e l’ex prefetto una cosa giusta l’hanno fatta per via Quaranta. Hanno smesso di occuparsene. E non appena l’hanno fatto le iscrizioni degli studenti alle scuole italiane hanno cominciato a crescere». Bruno Simini, assessore all’Infanzia del capoluogo lombardo, riconosce solo questo merito all’attuale e al futuro (?) leader dell’Unione. La vicenda della ‘non scuola’ islamica di via Quaranta che tanto aveva riempito le pagine dei quotidiani nei mesi successivi è da un po’ di tempo scomparsa dalle cronache. Ma non è svanita la voglia di parlarne «perché – come dice Magdi Allam – ha costutitio e costituisce tutt’oggi un caso emblematico su cui occorre riflettere». L’assessore del Comune e il vicedirettore del Corriere della Sera ne hanno dialogato assieme lunedì 21 novembre con Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento Europeo, e Alberto De Luca, presidente del Comitato Bicamerale Schengen Europol Immigrazione.
Ad oggi, dei circa 350 ragazzi che frequentavano la madrassa che per quattordici li aveva sottratti all’obbligo scolastico, poco più di un centinaio si sono regolarmente iscritti alle scuole pubbliche. A tutti saranno offerte le opportunità che il sistema scolastico prevede per gli studenti di origine straniera: corsi di potenziamento della lingua italiana in orario scolastico e corsi di lingua araba in orario extrascolastico. «L’esperienza di via Quaranta – dice Allam – è stato un laboratorio avanzato di ciò che deve avvenire a livello nazionale. Ma quando la situazione ha iniziato ad essere più chiara? Quando è stata fornita un’informazione corretta». Finché le notizie che trapelavano erano nebulose, spiega il giornalista, si poteva pensare («a causa di un misto di ingenuità, ignoranza e collusione») che i gestori del centro Fajr fossero nel giusto. «Ma quando è stata assunta una posizione eticamente corretta ed è stato denunciato un tentativo di indottrinamento ideologico da parte di una frangia estremista, tutto è rientrato in canoni interpretativi più chiari. E si è compreso, una volta di più, che una reale integrazione non può avvenire se non c’è rispetto per la cultura e la religione della nazione ospitante. Né, naturalmente, come in via Quaranta, se non si insegna correttamente la lingua italiana». Certo, la vicenda non è ancora arrivata ad una completa e definitiva chiusura (ancora 200 ragazzi sono a casa – e davvero si fatica a capire il non intervento di magistratura e tribunale dei minori) «però – dice Simini – abbiamo già cento buone ragioni per andare avanti».

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