I perchè sì di un ex compagno milanese
Questo paese ha bisogno di uscire dalla cultura che mette lo Stato al di sopra della libertà delle persone e delle comunità. In Italia devono poter coesistere culture diverse, ma questo diritto è messo in discussione da quella coalizione culturale che mette insieme comunisti, radicali laicisti e cattolici di sinistra in una sorta di pensiero unico il cui slogan è: «Difendiamo lo Stato e la Costituzione nati dalla Resistenza».
Il Federalismo è ovviamente uno sviluppo riformatore che cambia una situazione esistente. Questo è ripetuto appassionatamente non solo da nuovi gruppi politici, ma anche da tutti quei liberali e quei cattolici che hanno il coraggio riformatore.
Votando “sì” al referendum costituzionale del 25 e 26 giugno approviamo:
la devoluzione dei poteri sanitari alle Regioni,
la devoluzione della sicurezza del territorio alle Regioni,
la devoluzione dei poteri scolastici alle Regioni,
l’attribuzione di maggiori poteri al capo del governo,
la riduzione del numero dei parlamentari.
A Milano il giornale della curia dà voce all’Azione Cattolica che invita i fedeli a votare “no”. Dando segno di fissità e di immobilismo intellettuale, ma anche di ignoranza, dal momento che molti di quei pezzi dello Stato che l’Azione Cattolica non vorrebbe vedere cambiati sono già da tempo cambiati. Il decentramento dei poteri, infatti, è già ampiamente avvenuto. E le modifiche costituzionali non sono altro che la codifica di una trasformazione già in atto.
L’argomento principale dei sostenitori del “no” è che le decisioni che riguardano l’assetto istituzionale del paese devono essere prese con accordo fra le parti, secondo la filosofia della Bicamerale e della concertazione. Peccato che questo metodo, da decenni, serva solo a impedire ogni cambiamento, e a mantenere il controllo dell’area “democratica e antifascista” a cui si sentono ancora legati parecchi ex democristiani, anzi folliniani.
Votiamo “sì” per le riforme e la libertà.
Hanno ripreso il potere criminalizzando Silvio Berlusconi, trattandolo come si tratta un corpo estraneo alla democrazia italiana. Ancora oggi Romano Prodi va in giro per l’Europa dicendo che Berlusconi aveva schiavizzato l’Italia. Ma il problema non è e non era Berlusconi, il problema è che l’Italia non si è ancora liberatada quel sistema politico-culturale che viveva ai tempi del “compromesso storico”, tempi di protagonismo per la sinistra democristiana, che poi cavalcò la crisi di Tangentopoli e si rese responsabile della distruzione di una grande parte del sistema politico italiano.
Noi vogliamo dare grande spazio alle volontà riformatrici, vogliamo il cambiamento perché sentiamo il paese reale molto più avanti del paese politico. Possiamo accettare che vi sia stato un ritorno della sinistra al potere grazie all’alternanza garantita dal sistema bipolare. Ma non possiamo accettare che la sinistra tenti nuovamente di instaurare il potere esclusivo, definito da chi assegna le patenti di democraticità e antifascismo.
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