I piagnoni sconfitti dal futuro
Nel secolo seguito alla fondazione della Banca d’Inghilterra, avvenuta nel 1694, la Gran Bretagna è stata il primo Paese nella storia mondiale a conoscere un tasso di crescita composito del 3%. Superò la Francia e con la Guerra dei Sette Anni si costruì un impero globale a spese della Francia nell’America Settentrionale e in India, e dominò l’Oceano Indiano, precedentemente sotto il controllo arabo, attraverso una più avanzata tecnologia in campo navale e negli armamenti. La rivolta delle colonie americane ottenne l’appoggio dell’ala whig del corpo politico britannico. Edmund Burke poteva, del resto, guardare con favore alla rivoluzione americana e contestare quella francese seguendo un filo assolutamente logico. Fu l’aiuto militare dato da Parigi alla rivoluzione americana che mandò in rovina lo Stato francese, dove la nobiltà non solo era esente dai tributi fiscali, ma pure restava esterna all’“azionariato” di una Francia che era un bene letteralmente privato del monarca assoluto. Se gl’inglesi avevano conservato le istituzioni rappresentative medioevali del parlamento, la Francia aveva conservato il “diritto” feudale dei signori a non pagare le tasse. Il risultato fu la clamorosa crisi gestionale della Rivoluzione francese, ossessionata dai diritti degli uomini e dei signori mentre invece avrebbe dovuto mettere a tema le questioni legate ai diritti della Borsa Valori.
Le rivoluzioni fanno bene
In Inghilterra, la rivoluzione finanziaria generò gl’investimenti necessari alla rivoluzione agraria che a propria volta, riducendo il numero dei braccianti, trasformò la forza lavoro in esubero del comparto agricolo in operai utili alla rivoluzione industriale, ovvero nel futuro mercato per i nuovi prodotti geneticamente modificati. Gl’investimenti zootecnici hanno poi permesso di spostare la nuova bistecca di manzo ai quarti posteriori della vacca e di raddoppiarne le dimensioni. Tutto questo ha però richiesto la recinzione delle terre comuni, l’ingrandimento delle aziende agricole e la riduzione dei lavoratori del settore rurale, che presto abbandoneranno la campagna per rivolgersi alle nuove città dell’industria tessile che venivano sviluppandosi dagli originali villaggi fondati su campi carboniferi. A questo spaventoso senso di sradicamento sociale venne ad aggiungersi la rivoluzione dei mezzi di trasporto, con tutte le sue infrastrutture industriali di canali, piste metalliche e poi ferrovie che necessitavano di eserciti di manovali e di operai composti da immigrati irlandesi cattolici etnicamente diversi, che si spostavano in massa per il Paese erigendo campi là dove si doveva costruire. Questo significò che durante il decollo industriale del periodo 1780-1820 quasi tutti gli opinionisti giudicarono la Gran Bretagna un Paese che si stava impoverendo sempre più a causa dello spopolamento delle campagne e del sovraffollamento delle nuove città. Il pessimismo circa la fine del progresso fu tale da spingere Hegel a inventare un idealismo dialettico che conteneva in se stesso quell’antitesi di ritorno che poi Marx fece propria. Del resto, il vero motore a compressione della storia – il motore a vapore – fu inventato a Glasgow da James Watt e la sua diffusione migliorò l’esistenza materiale degli uomini con velocità esponenziale. Così, quando Charles Leadbetter, nel suo Up the Down Escalator: Why Global Pessimism is Wrong (Penguin Viking, Londra 2002, pp. 353, £20), scrive che la linea di demarcazione politica corre oggi fra pessimisti e ottimisti possiamo stare tranquilli di esserci già passati: duecento anni fa. Quando adopera espressioni come «le forze del conservatorismo» per indicare la moderna alleanza antiprogressista stretta fra sindacalisti veterolaburisti e nostalgici di destra, Tony Blair sta solo citando uno dei suoi consiglieri principali, appunto Charles Leadbetter.
Nostalgici pericolosi
Questi considera il nuovo secolo come caratterizzato da un cronico pessimismo a proposito di molti aspetti della nostra esistenza e ritiene che, se non la si contrasta, questo tipo di tendenza e la visione del mondo che l’accompagna potrebbero diventare una profezia autorealizzantesi, giacché, come afferma 1984 di George Orwell, «Chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato». Leadbetter vede segnali di pessimismo cronico nella disintegrazione della famiglia, nella distruzione dell’ambiente, nella manipolazione mediatica della politica, nell’affossamento della cultura, nell’irriverenza verso le tradizioni e i costumi locali, e nel diffuso senso d’impotenza a fronte alla presunta nuova economia globale. Il tema della minaccia esercitata dalla globalizzazione e dalle nuove tecnologie fa presa sulla Destra nostalgica, ma anche sulla Sinistra radicale, e pure sugli attivisti Verdi e sul conservatorismo religioso. Secondo Leadbetter, questa empatia per il Kafka del «c’è moltissima speranza, ma non per noi» è pericolosamente sovrastimato. Non solo corriamo il pericolo di scivolare in uno stato d’impotenza, ma addirittura ignoriamo le basi dello stesso grado di ottimismo che duecento anni fa si meritò la rivoluzione industriale. Viviamo più a lungo, e persino l’India riesce oggi a nutrire una popolazione che in mezzo secolo è raddoppiata. L’istruzione coinvolge oggi sempre più persone e costituisce la materia prima di una rivoluzione informatica. Oggi la causa principale della povertà è la mancanza di “beni immateriali”. Questi benefici dello spirito non sono rappresentati dall’istruzione, ma anche da quell’autostima e da quella fiducia in se stessi che portano a darsi da fare: cioè, alla gestione di sé e a nuove spinte motivazionali. Oggi il welfare deve riuscire nella costruzione di un capitale umano e comunitario, più che nel solo trasferimento di denaro. Ciò che Tony Blair chiama «inclusione sociale», con tutta la sua enfasi sui doveri e sui diritti. Farlo genera più individualismo e più collaborazione.
Il domani è nostro, dice Blair
Le persone e le comunità che si autogestiscono sono portate a tenere sotto controllo i propri uomini politici. Le tecnologie fordiste del secolo XX, perfezionate nel GuLag e nei campi di concentramento, sono stati esperimenti d’ingegneria sociale che qualche esperto in soprabito bianco o in uniforme si è incaricato d’imporre dall’alto. Allora il capitalismo defraudava i lavoratori delle loro capacità. Oggi, in un mondo che è post-capitalista, è la creatività dei propri lavoratori sempre più autonomi che una azienda richiede; e questi benefici appartengono e vengono sviluppati dal lavoratore, quindi per estensione all’elettore postpartitico, cioè post-destra e post-sinistra. L’insieme di comunicazioni, informatica e tecnologia sta diffondendo nel mondo maggiori dosi di libertà. I disatrosi esperimenti politici utopistici del Novecento sono stati tecnologicamente sorpassati e oggi la crescita economica è possibile senza distruzioni ambientali. La povertà e l’ineguaglianza del mondo non sono da imputare alla globalizzazione. Al contrario, Leadbetter sostiene che la globalizzazione non si è ancora spinta abbastanza in là. Essa ci darà maggiori possibilità di scelta e più tipologie di servizi, più voce in capitolo nei governi politici, la costante capacità di fondere creativamente affari e innovazione sociale, più forme di proprietà comunitaria e collegiale. Per via di devoluzione del potere politico e della responsabilità gestionale, si svilupperà, insomma, uno Stato più diversificato, più autosufficiente, più interconnesso e più collegiale. La globalizzazione non è la sola responsabile del terrorismo o della povertà, della fame, dell’ignoranza, della droga e dell’oppressione politica del mondo. Dopo l’11 settembre è evidente la necessità di risposte e di responsabilità comuni da parte di tutto il villaggio globale. Chi però oggi minaccia questo sviluppo positivo sono, secondo Leadbetter, le forze del pessimismo sia di sinistra sia di destra, che imputano alla globalizzazione e alle nuove tecnologie la degenerazione causata da quella sorta di “recessione sociale” che mette in un angolo le forze sane della società. Quando è mera nostalgia malinconica, il pessimismo può sembrare innocuo. Ma quando si mescola alla politica populista, allora può divenire cattiva e violenta. La nostalgia fu la carta più forte di cui disponeva Hitler. Il recente successo ottenuto da Jean-Marie Le Pen e da altri esponenti della Nuova Destra europea, assieme al sorgere a sinistra del movimento antiglobalizzazione, sono segni pericolosi del potere esercitato dal pessimismo. Ancorché molto diverse quanto a valori e a stili politici, le analisi sui pericoli della globalizzazione, dell’individualismo e del mercato oggi condotte dai pessimisti sia reazionari sia radicali hanno, secondo Leadbetter, molto in comune. E questo stretto confidente di Blair conclude che «questa improbabile alleanza di pessimisti è attualmente la forza unitaria più potente della moderna politica. E opporsi a quest’Alleanza di Pessimisti è l’impresa più importante che spetta alla politica democratica, specialmente al Centrosinistra».
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