I talk-show del buon gusto (al palato, s’intende)

Di Massobrio Paolo
19 Aprile 2000
Il bicchiere mezzo pieno

“Usa: il vino fa buon sangue e diventa un farmaco”. La notizia la dà in prima pagina Il Giornale, il giorno dopo la grande kermesse italiana del Vinitaly. Ma il resto della stampa italiana tace, un po’ per la vergogna di quando il Governo voleva mettere sulle etichette delle bottiglie di vino la scritta che “il vino nuove gravemente alla salute”, un po’ per pigrizia. La comunicazione nel campo alimentare è una cosa molto delicata, tant’è che tutta la battaglia sul cibo transgenico o sugli oli vegetali nel cioccolato, si gioca proprio sull’etichettatura, ossia sull’occultamento di informazioni chiare nei riguardi dei consumatori. E le multinazionali del cibo vincono le loro battaglie avvalendosi da una parte delle pressioni lobbystiche e dall’altra degli europarlamentari fresconi che neppure s’accorgono di cosa stanno votando. La vergogna del cioccolato, del resto, è passata così. Ed è giusto: perché il cioccolato, come la pasta, il riso, il latte, sono argomenti che fanno sorridere. Mica son cose serie.

Intanto in America il consumo di vino rosso che fa bene alla salute aumenta; in Italia di ogni cosa positiva o negativa che sia si devono fare tanti distinguo quanti sono i partiti o gli abitanti di un condominio. Per comunicare, di solito, si usano la televisione, i giornali e i convegni, lasciando da parte Internet, che non ha ancora messo a fuoco una sua filosofia di comunicazione efficace. Sul primo mezzo, tuttavia, stendiamo un velo pietoso, visto che gran parte delle trasmissioni dedicate alla gastronomia finiscono per somigliare a una pagliacciata infarcita di tavolate imbandite. Sui giornali, c’è da segnalare un discreto aumento di attenzione al tema alimentare e in particolare a quello del gusto. Per quanto concerne i convegni, o sono la passerella dei presidenti di ogni ordine e grado di una data provincia, con tanto di assessori e funzionari al seguito, oppure non hanno nessuna atrattiva dal punto di vista della comunicazione. La gente è abituata alla spettacolarità. Ma chi è quell’esaurito che sinceramente si sciroppa una mattinata di convegno, inteso nella forma classica del termine? Per ovviare a questo, da una decina d’anni, è stata inventata la formula del talk show, che è esattamente un dialogo simile a quello che facciamo su Tempi in questa rubrica. Talk show alimentari sulle piazze d’Italia. Ne abbiamo fatti a decine, con tanto di musica, spettacolo, chiacchiere, perché si parla di cibo, quindi di vita, di gusto. L’ultimo cui ho partecipato è stato nello studio di Sat 2000: si parlava di cioccolato, restauro dei libri e di Giovanni Testori. Qualunque argomento di questi, preso da solo, sarebbe risultato eccessivo, pesante (tranne Testori); ma condotto con la bravura di Monica Mondo è stata una passeggiata che ha permesso di trattenere anche momenti di commozione. Ma occorre reinventarsi, rimettersi in discussione, guardare ogni cosa dal lato giusto, perché di ogni cosa, anche della comunicazione, c’è un bicchiere che è mezzo pieno e uno che è mezzo vuoto. Il mio mezzo pieno è di Tufico ’98 di Colonnara (0731/780273) di Cupramontana (An), un Verdicchio di Jesi da vendemmia tardiva, di grande impatto gustativo, con sentori speziati ricchi di fascino. Uno stupore.

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