I tentacoli di Gazprom

Di Rodolfo Casadei
11 Gennaio 2007
Dove non arrivarono i carri armati di Kruscev si spingono i gasdotti di Putin. Mosca prepara un'egemonia che non sarà solo energetica

Altro che sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di una interruzione delle forniture di metano: l’Unione Europea (Ue) dovrebbe preoccuparsi assai dei termini in base ai quali è stato raggiunto l’accordo fra Russia e Bielorussia sul gas, perché confermano l’esistenza di una volontà russa di conquistare l’egemonia politica in Europa attraverso la leva energetica. Quello che un tempo l’Unione Sovietica di Kruscev e di Breznev cercò invano di ottenere coi carri armati e le testate nucleari, oggi lo sta ottenendo la Russia di Putin con gasdotti e oleodotti. Grazie anche all’insipienza, all’egoismo nazionale e alle complicità affaristico-ideologiche delle élites europee.
È stata data molta pubblicità al fatto che, nonostante il raddoppio della fattura che dovrà pagare, la Bielorussia continuerà a usufruire del metano russo a un prezzo che è meno della metà di quello del mercato: passerà infatti, quest’anno, da 46 dollari per ogni mille metri cubi a 100 dollari, mentre il prezzo di mercato viaggia attorno ai 260 dollari. Molto meno si è parlato del fatto che l’accordo comporta l’acquisizione da parte di Mosca del 50 per cento della proprietà di Beltransgaz, la società di Stato bielorussa che gestisce i gasdotti locali, e in più il ristabilimento dei dazi fra i due paesi per quanto riguarda l’importazione di greggio, che la Bielorussia acquistava dalla Russia senza oneri doganali per poi rivenderlo all’estero raffinato. La riesportazione del petrolio russo e il prezzo politico del metano erano le due colonne della politica economica di Minsk. Il loro abbattimento prelude al crollo del regime di Lukashenko, fino a ieri alleato di Putin talmente stretto da avviare negoziati per l’unificazione su base federale dei due paesi. Ma avendo il leader bielorusso tirato troppo la corda sulle condizioni per creare la nuova entità, ecco il bastone russo abbattersi implacabile. Putin ha bisogno di realizzare l’unificazione con la Bielorussia in tempi brevi, per potersi candidare a capo del nuovo stato e accaparrarsi di fatto un terzo mandato presidenziale senza violazione della costituzione russa (che lo vorrebbe fuori dai giochi dal 2008). Ora Lukashenko o chi ne prenderà il posto dovrà sottomettersi all’agenda di Mosca.

Metodi gangsteristici
In campo energetico gli obiettivi russi non sono mai solo economici, sono sempre anche politici. Lo dimostra un insieme di fatti. Primo: nei paesi ex sovietici la rinegoziazione dei prezzi si conclude sempre con cessioni di quote di proprietà delle società nazionali di idrocarburi alla russa Gazprom (prima che in Bielorussia era già successo l’anno scorso in Ucraina, e probabilmente capiterà prossimamente in Georgia). Secondo: in Europa occidentale attraverso Gazprom la Russia sta conquistando quote del mercato al dettaglio, sulla base di accordi bilaterali, ma si rifiuta di applicare il principio di reciprocità al proprio mercato, con una legislazione che continua a impedire agli stranieri di operare oltre un certo livello. Terzo: privati o stati che si oppongono al disegno di egemonia energetica russa o lo intralciano sono trattati con metodi che l’Economist non ha esitato a definire gangsteristici.
Il caso che ha maggiormente indignato il settimanale britannico è quello di Sakhalin II, grande progetto di valorizzazione del petrolio e del gas liquido dell’omonima isola siberiana costato 20 miliardi di dollari a un consorzio anglo-olandese-giapponese formato da Shell, Mitsui e Mitsubishi. Proprio quando si avvicinava l’inaugurazione degli impianti, l’agenzia ambientale russa ha sospeso i permessi che aveva già rilasciato e minacciato di trascinare in giudizio il consorzio. Shell e soci hanno inteso l’antifona: anziché discutere l’accusa di aver messo a repentaglio la riproduzione dei salmoni, hanno immediatamente venduto la quota di maggioranza a Gazprom, che da tempo inutilmente la richiedeva.

Certe offerte non si rifiutano
«Gli azionisti – commenta l’Economist – forse memori del destino della Yukos, la grande compagnia petrolifera russa mandata in bancarotta da ispettori fiscali ultrazelanti, presumibilmente hanno concluso che Gazprom stava facendo loro un’offerta che non si poteva rifiutare». Ora che Shakalin II è in mani russe c’è da credere che i salmoni di Sakhalin non corrano più rischi, così come i debiti della Yukos scomparvero magicamente dopo che un tribunale l’ebbe assegnata per un tozzo di pane alla statale Rosneft mentre un altro spediva il suo ex patron Khodorkovski in Siberia.
Ancora più intimidatori i metodi praticati coi paesi confinanti. Le rappresaglie nei confronti di Polonia e paesi baltici, rei di aver aderito alla Nato, non si limitano all’esclusione dal progettato Gasdotto nord-europeo, che li aggirerà (a costi astronomici). Anche i piani di autonomia energetica di questi paesi vengono contrastati con metodi poco ortodossi. All’inizio del 2006, quando la Lituania ha avuto la cattiva idea di vendere una raffineria petrolifera a una compagnia polacca anziché a una russa interessata, l’oleodotto che portava petrolio russo alla raffineria si è improvvisamente bloccato per un guasto tecnico. È verosimile che nel 2007 le panne dell’oleodotto si ripeteranno, danneggiando la quotazione in Borsa della Pkn Orlen, la compagnia polacca che ha acquistato la raffineria lituana e che sarà costretta a rivenderla ai russi.
Altro paese della Ue strangolato da Mosca è la Lettonia: dal 2005 il locale terminal di Ventspils riceve il petrolio di provenienza russa a singhiozzo. C’è da scommettere che l’oleodotto riprenderà a funzionare a pieno regime non appena i lettoni si decideranno a vendere l’infrastruttura energetica del paese a una compagnia russa. Più scandaloso dei metodi di Putin e soci è solamente il comportamento dei maggiori paesi della Ue, che stanno favorendo in pieno l’imperialismo energetico della Russia.
Nel corso del 2006 la Gazprom ha concluso accordi che le permettono di vendere il gas ai privati in Austria, Bulgaria, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Spagna e Ungheria, proprio mentre il governo russo respingeva le richieste della Ue per una maggiore apertura del mercato russo dell’energia agli investitori europei, liquidava la Shell e inquadrava nel mirino la Bp. Europeisti sempre a parole e mai nei fatti, francesi, tedeschi, italiani e spagnoli credono di essere furbi perché si sono assicurati le forniture russe a buon prezzo in cambio dell’apertura del mercato al dettaglio a Gazprom. Non si accorgono che stanno creando le condizioni per una dipendenza dell’Europa dalla Russia che non sarà solo energetica.

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