I volenterosi carnefici

Di Bottarelli Mauro
13 Luglio 2006
Cosa unisce George Soros agli studiosi engagé della London School of Economics? L'idea che alla base del terrorismo ci sia la nostra 'way of life'

Londra, martedì 4 luglio. A tre giorni dal primo anniversario dell’attacco terroristico contro la metropolitana londinese la prestigiosa London School of Economics decide di organizzare un unico appuntamento di lecture per l’intera settimana. E così, alle 18.30, ecco che al Peacock Theatre di Portugal Street due pezzi da novanta della new left, anime di quella Terza via incarnata dalle amministrazioni parallele di Bill Clinton e Tony Blair, decidono di mettere un punto fermo sull’argomento del momento: la lotta al terrorismo. George Soros, speculatore finanziario trasformatosi in filantropo no-global e Anthony Giddens, ex rettore della London School of Economics e teorico neo-prog sono insieme, a pochi metri l’uno dall’altro, per raccontarci vizi (molti), virtù (poche) e ricette per quella che viene definita l’era della fallibilità.
Già, perchè per capire come mai la guerra con Al Qaeda e sodali diventerà con il passare del tempo sempre più dura e sanguinosa basta sentire le argomentazioni dei due soloni: Guantanamo e Abu Ghraib sono macchie indelebili che l’Occidente pagherà per secoli (mentre le decapitazioni di Berg e Pearl sono reazioni violente a un’aggressione), veri e propri tradimenti dei valori profondi per esportare i quali le cancellerie occidentali giustificano la guerra; le logiche dell’antiterrorismo vere e proprie limitazioni dei diritti civili e delle libertà personali, prove tecniche di regime cui i cittadini devono ribellarsi; la guerra in Irak un errore dettato da logiche imperiali e neo-con; il rinfocolarsi del conflitto in Afghanistan la logica conseguenza dell’attività di occupazione militare che gli eserciti occidentali compiono ogni giorno a Baghdad e Bassora trasformando ogni conflitto in un conflitto di civiltà.
Il problema è che l’uditorio londinese, fucina della futura classe dirigente britannica e della meglio gioventù europea spedita quassù per imparare la nobile causa del far soldi, si è spellato le mani. Giovani, intelligenti, di ottima famiglia e con un elevato livello culturale: tutti lì, pronti a pendere dalle labbra dei grandi guru della open society.

ENERGIZZARE I TALEBANI
Ma la questione è più grave, perché l’impazzimento della politica britannica sta toccando livelli che definire di guardia non deve apparire un’esagerazione. Come commentare, ad esempio, l’ammissione del ministro della Difesa, Des Browne, in base alla quale «la presenza di militari britannici in Afghanistan ha energizzato i talebani»? Come dire: signori, più stiamo laggiù più soldati moriranno. Se poi, come è allo studio, le truppe verranno aumentate, apriti cielo. Il tutto mentre un altro ministro, quello dell’Interno, John Reid, annuncia alla nazione un nuovo tipo di approccio alla minaccia terroristica: ovvero, la pubblicizzazione del rischio. I livelli di minaccia verranno abbassati dagli attuali sette a cinque, come negli Stati Uniti, anche se non verranno codificati con un colore, come accade invece Oltreoceano. Ad ogni variazione del livello di minaccia l’opinione pubblica verrà avvertita e messa in guardia sui comportamenti da tenere: alla London School of Economics la chiamerebbero «spettacolarizzazione del terrore», altrove «realtà». A spaventare è l’abisso percettivo che divide le élites di un paese colpito duramente dal terrorismo jihadista da quello della gente: in mezzo, come in un guado dal quale non si sa come uscire, il governo e l’intelligence.

NO, NON è WIMBLEDON
Girare per la città, non in macchina con scorta come fa George Soros, appare sufficiente per capire: giovedì scorso, trovare un taxi a Londra era difficile, difficilissimo: un paradosso per un paese dal quale fino al giorno prima si guardava con un misto di stupore e compatimento alla rivolta dei taxisti italiani. Dieci minuti, un quarto d’ora, mezz’ora, quarantacinque minuti. Alla fine l’ombra di un cab libero: il finestrino si abbassa, la destinazione è concordata, la risposta alla tua domanda quella che non ti aspetti. «No, non c’entra Wimbledon: è che oggi e domani la gente che può farlo, che può permetterselo, prende il taxi. Ha paura». Londra, l’indomita città che il pomeriggio stesso degli attentati invitava i suoi cittadini all’assolvimento del compito supremo, business as usual, la capitale che non ha smesso di circolare, lavorare, spostarsi, andare al pub, viaggiare all’estero, ha paura di usare la metropolitana. Oggi sono i “bombaroli della porta accanto” i nemici giurati di questa città e di questo paese, gente cresciuta qui, abituata a colazioni sostanziose, a scuole che richiedono la divisa, a cantare l’inno, al pub, a idolatrare Beckham e gli Oasis: e a farsi esplodere in una fermata della metropolitana dopo aver diligentemente parcheggiato la macchina, pagato il biglietto e raggiunto il convoglio alla stazione prescelta.

I “DIRITTI” DEI KAMIKAZE
Paradossi, appunto. Come quello di scegliere il taxi ma di non rinunciare alla calca sudata e vociante del pub per guardare la partita di calcio: una volta i provisionals dell’Ira entravano e dovevano fare almeno la fatica di non farsi notare quando lasciavano per terra la borsa piena di esplosivo prima di uscire. Ora è tutto più facile: una cintura o uno zaino esplosivo e si sparisce tutti quanti senza patemi. Insieme. In un attimo. Da inglesi.
Paradossi, appunto. Come quello che vede l’Italia strapparsi le vesti per il destino del “bravo cittadino” Abu Omar, vittima di spioni cattivi e la Gran Bretagna sprofondare nel ridicolo per la sua volontà di difendere a spada tratta i “diritti” di potenziali kamikaze e tagliagole e fregarsene bellamente di quelli di tre suoi onesti cittadini, ex dirigenti della banca d’affari NatWest che questa settimana verrano accompagnati dalla polizia a Gatwick e spediti in America, tra la disperazione di mogli e figli, dove subiranno un processo (e quasi certamente la galera) per presunte frodi legate al crack Enron (il tutto a oltre quattro anni dal fatto). In molti stanno chiedendo al governo di Tony Blair di tutelare questi cittadini perbene, invece che spendere tante parole e preoccupazioni per presunti terroristi, tanto quanto fa l’America con i suoi. Ogni anno, 40 cittadini britannici vengono estradati negli Usa contro soli tre statunitensi. Paradossi dell’Occidente. Ma ditelo a Soros…

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