Iconoclasti a passo d’icona

Di Stefanini Maurizio
19 Luglio 2001
Il loro manifesto ideologico è il “No Logo” di Naomi Klein, un virulento pamphlet contro le vampiresche dominatrici del mondo, le multinazionali. Che con i loro marchi s’impossesserebbero dell’immaginario collettivo planetario, imponendo la schiavitù del profitto e il servaggio delle coscienze. Peccato che la rivoluzione avanzi al passo di “loghi comuni”. E non è solo commercio eco-solidale. Profili di icone antiglobali

A Seattle, contro il Wto, il popolo di Seattle trovò il suo nome. A Québec, contro il Vertice delle Americhe, dimostrò la propria capacità di preparazione paramilitare. A Göteborg, contro l’Ue, ci scappò il morto. Ora a Genova, contro il G8, il movimento antiglobalizzazione ha provato ad affiancare alla contestazione anche un “momento” di riflessione su proposte alternative. “Momento” per modo di dire, visto che sono quasi cinque mesi di “eventi” di Genoa Social Global Forum, a schiacciare un semplice week-end di vertice. Questa lunga “riflessione” non è riuscita in realtà a chiarire il paradosso di una contestazione che da una parte chiede un “governo politico” al libero mercato senza freni ormai impazzante nel globo; dall’altro si sforza sistematicamente di delegittimare ogni tipo di potenziale “governo internazionale” teoricamente in grado di impostare una tale impresa. Anzi, cerca addirittura di impedire loro di riunirsi in senso fisico. In compenso, dalla lunga kermesse di Genova sembra ormai che al corpaccio informe del popolo di Seattle inizi a spuntare qualche testa. Teste pensanti e teste che tanto pensanti non sembrano, ma comunque sempre teste sono. Ma chi sono questi guru emergenti dell’antiglobalizzazione?

Il mio nome è Tobin. James Tobin

Il primo posto spetta d’obbligo all’unico referente che all’antiglobalizzazione ha dato una proposta politica concreta, per quanto, per ammissione dello stesso referente (vedi qui a pag. 2), oggi fuori contesto, irrealizzabile. Stiamo parlando di James Tobin: classe 1918. Nel 1936, dicono i suoi biografi, fu folgorato dalla lettura di Keynes, decidendo di dedicare la sua vita all’economia. Nel 1941 fu allievo ufficiale nella marina, ricavandone un ruolo di personaggio, col trasparente pseudonimo di “Allievo Tobit”, nell’Ammutinamento del Caine, best-seller da cui fu tratto un celebre film con Humphrey Bogart. Herman Wouk, l’autore, era stato suo compagno di corso… Dopo aver iniziato a elaborare dal 1958 una serie di teorie sulla liquidità e sulla moneta su cui ancora può capitare di essere bocciati negli esami di economia, divenne consulente dell’Amministrazione Kennedy nel 1961-63. Infine, nel 1981, ricevette il Nobel. Ma il motivo della sua improvvisa popolarità di oggi è in un’imposta “tra lo 0,15 e lo 0,50%” sulla transazioni finanziarie internazionali, da lui proposta nel 1972.

All’Attac. Ma di chi?

A trasformare però questa idea in una battaglia politica è stato Ignacio Ramonet, classe 1943, francese di origine spagnola, noto per aver trasformato Le Monde Diplomatique, un tempo serioso supplemento mensile geopolitico del togato Le Monde, in un’infuocata tribuna del terzomondismo. Va detto che di quella globalizzazione di cui parla tanto male lui non manca comunque di profittare, essendo contemporaneamente docente universitario di teoria della comunicazione a Parigi, a Madrid e a San Pietroburgo. È stato in seguito a un suo editoriale del dicembre 1997 che il 3 giugno 1998 è nata in Francia l’associazione Attac: “Azione per una Tassa Tobin di Aiuto ai Cittadini”. L’idea è di prendere due piccioni con una fava: ostacolare le transazioni “speculative” a breve periodo, mentre quelle “produttive” di lungo periodo «non avrebbero niente da temere»; e raccogliere così somme da reinvestire per risolvere i problemi del mondo. Quanto? Attac ha calcolato «tra i 90 e i 300 miliardi di dollari all’anno», di fronte a un calcolo Onu secondo cui «40 miliardi di dollari l’anno» basterebbero ad assicurare a tutto il pianeta «l’accesso a un’alimentazione di qualità, all’acqua potabile e a servizi di base di sanità e istruzione». Ma chi dovrebbe essere a gestire questa imposta? Qui il problema si fa più stringente proprio perché il movimento antiglobalizzazione di cui Attac è una punta di diamante, come abbiamo ricordato, sta sistematicamente attaccando ogni istanza di governo internazionale esistente nel mondo sviluppato. Ma torniamo ad Attac. Vice-presidente ne è Susan George, un personaggio il cui profilo biografico “globalizzante” è curiosamente simile a quello di molti antiglobalizzatori: nata negli Stati Uniti è infatti naturalizzata francese e dirige un istituto in Olanda, oltre a essere presidente di un Osservatorio sulla Globalizzazione. Per il suo profilo accademico è spesso invitata a vertici economicamente “corretti”, per far sentire “l’altra campana”. Ma ciò non le impedisce di flirtare spesso con gli anti-globalizzatori più estremisti. Lugano Report, libro da lei scritto nel 1999 e non tradotto ancora in italiano, è una delle bibbie dell’antiglobalizzazione. È un documento che si finge elaborato da un gruppo di esperti riuniti nella città svizzera per risolvere quei crescenti problemi sociali da cui il “nuovo ordine mondiale” globalizzato è sempre più scosso. «I problemi causati dal capitalismo», spiega la George, «si trasformano in problemi per il capitalismo». Non è in fondo che la vecchia tesi di Marx sugli «espropriatori che saranno espropriati» facendo cadere il capitalismo vittima delle sue contraddizioni, ma aggiornati all’era dell’ecologia, e con una sorprendente punta di antimalthusianesimo. Poiché il mondo non ha risorse che per 6 miliardi di persone e nell’anno 2020 ce ne saranno almeno il doppio, ipotizzano i fittizi esperti nella satira della George, allora bisogna ridurre drasticamente la popolazione. E gli strumenti dovrebbero essere un mix di guerra, fame, epidemie, aborto, sterilizzazione e anticoncezione. Le stesse “Donne contro la Globalizzazione” che hanno detto di manifestare assieme «contro il G8 e le proposte antiabortiste di Buttiglione» non sembrano essersi accorte di quest’idea della George, che il controllo delle nascite è un’arma del grande capitale. Ma tant’è…

Chomsky e Rifkin: far soldi remando contro

Con ancora più titoli accademici della George sono Noam Chomsky e Jeremy Rifkin. Il primo, classe 1928, ebreo americano di origine russa, è infatti docente di Filosofia del linguaggio al Mit di Boston, mentre il secondo, insegna alla Wharton School of Finance and Commerce, dove tiene i corsi dell’Executive Program sul rapporto fra l’evoluzione della scienza e della tecnologia e lo sviluppo economico. Tuttavia, a nostro giudizio vanno messi su un piano di inferiorità rispetto a Ramonet e alla George, che se non altro con Attac si sono scomodati a dare proposte concrete, e quindi anche a esporsi ed eventuali critiche e fallimenti. Chomsky e Rifkin, invece, giocano nel facile ruolo di quelli che criticano tutto, e basta. Sulla “teoria generativa del linguaggio” di Chomsky i colleghi linguisti sono divisi tra coloro che la ritengono geniale, e chi invece poco meno di una sciocchezza. «Un magma di filosofemi arrischiati», l’ha definita ad esempio Georges Mounin nella sua Guida alla linguistica. Comunque, la sua ostinata e continuata opposizione a base di mobilitazioni e pamphlet a tutto quello che il governo americano fa ha poco a che vedere con la sua carriera accademica. Di lui, si potrebbe dunque ripetere la stessa risposta che diede Raymond Aron a chi gli chiedeva come potesse criticare il marxismo quando un grande pittore come Picasso si proclamava comunista: «il contributo delle opinioni del pittore Picasso alla storia delle idee politiche è analogo a quello dei disegni del sociologo Raymond Aron alla storia della pittura. Zero». Rifkin con la politica gioca invece in casa, e la sua ultima trilogia (La fine del lavoro; Il secolo biotech; L’era dell’accesso) presenta un notevole interesse nell’analisi delle tendenze della new economy. Anche lui, però, tende a giocare quasi solo in negativo. Sessantottino come Chomsky, ha ugualmente iniziato a fare politica contestando il Vietnam. Ultimamente Rifkin si è evoluto in chiave ecologico-fondamentalista, e dopo aver lanciato l’allarme contro le biotecnologie (fragorosamente bocciato ora anche dall’Onu) sta conducendo una battaglia per la riduzione del consumo di carne bovina, da lui definita «una barbarie di cui i nostri posteri si vergogneranno». Viceversa, Chomsky si proclama anarchico, ma è soprattutto un bastian contrario che si è permesso non solo di esultare per la caduta dell’Urss e di definire Lenin e Marx «due tiranni», ma ha addirittura scritto prefazioni per storici revisionisti sull’Olocausto con problemi di editori. «In nome della libertà di espressione».

Naomi Klein, la regina dei loghi

Su un piano ancora inferiore possiamo mettere i pamphlettisti senza neanche cattedra. Almeno fin quando qualcuno non penserà di dargliela… L’ultima entry è quella di Naomi Klein, giornalista canadese di famiglia della buona borghesia ebraica, e autrice del best seller No Logo, tradotto e presentato in Italia proprio nell’ambito della battaglia del G8. È un pamphlet contro le “grandi firme” della pubblicità che si carica di forti tinte freudiane, nel momento in cui lei stessa confessa di venire da una gioventù assolutamente logodipendente.

Bové, lo sfascia-Mc Donald’s

Curiosa è anche la vicenda del contadino sfasciaMcDonald’s José Bové. Nato a Bordeaux 46 anni fa, proprietario di 560 pecore, si è fatto l’immagine dell’umile figlio della Francia profonda che si è ribellato contro l’invasione dei prodotti stranieri. Invece è figlio di due ricercatori universitari, ha abitato dai 3 ai 6 anni in California, ha frequentato una scuola americana a Parigi, si è dato all’agricoltura “biologica” come scelta ideologica dopo aver fatto il ‘68, aveva costituito fin dal 1987 un sindacato di sinistra denominato “Confederazione Contadina”, e la sua famosa azione di protesta la fece nel 1999 non perché gli americani vendevano i loro prodotti alla Francia, ma perché avevano messo un dazio del 100% sui suoi formaggi. Il suo best-seller, Il mondo non è in vendita, è stato tradotto in italiano solo da poco, perché il suo primo aspirante editore l’aveva ritenuto un pasticcio indigeribile. Ma la sua fama mondiale è in realtà dovuta al particolare molto poco antiglobalizzante che, grazie al suo passato americano, parla un inglese perfetto.

Subcomandante in apnea di coraggio

Un punto di riferimento per tutti è poi, naturalmente, Rafael Sebastián Guillén: classe 1964, 8 fratelli e sorelle, messicano, già laureato in filosofia e insegnante di disegno tecnico. Più noto, però, col nome d’arte di Subcomandante Marcos. Che non è un indigeno maya, visto che è nato da un’altra parte del Paese, ed è pure figlio di notabili dell’ex-partito di regime del Pri. Non è l’erede di Emiliano Zapata, che non era mai stato nel Chiapas e il cui figlio, notabile del Pri, gli ha dato del “bandito” e l’ha accusato di «appropriazione indebita del nome di famiglia». Che non è neanche il capo dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, visto che il suo grado di Subcomandante si riferisce unicamente alla conduzione militare. E che è meno che mai un vero guerrigliero, visto che la lotta armata iniziata nel Capodanno del 1995 non durò in effetti neanche due settimane, e da allora continua una tregua in cui le armi e i cappucci servono agli zapatisti più che altro per fare colpo sui turisti “rivoluzionari”. In compenso, proprio questa intuizione che nell’era dei videogiochi e della Cnn un’appariscente rivoluzione virtuale è più efficace di sanguinose e oscure lotte armate in jungle dimenticate dimostra come sia un leader abilissimo, che ha compreso per primo l’importanza dei moderni strumenti globalizzanti come Internet o il marketing, anche per chi la globalizzazione vuole combatterla. Oltretutto, ha pure capito che l’epoca degli stati onnipotenti è finita col 1989, e che le rivoluzioni del futuro saranno non per conquistare lo Stato, ma spazi di libertà dallo Stato. Però trova poi comodo ricorrere ai più vieti vecchi miti populisti e marxisti del passato, che fanno tanto folklore e nostalgia. E, stretto nella gestione di questa contraddizione, alla fine diventa anche lui una spinta ulteriore alla confusione.

Gli “eroi” di casa nostra

Si richiamano infatti tutti a Marcos i vari capetti che, ultimo anello della catena, sono emersi pure qui in Italia, dalla lunga pre-kermesse di Genova. Sono andati a scortare il Subcomandante a Città del Messico, infatti, le ormai famose Tute Bianche di Luca Casarini, maestro 32enne e portavoce dei “Centri Sociali del Nord-Est”. È stato candidato alle ultime elezioni per Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti, noto ammiratore di Marcos, il 43enne medico Vittorio Emanuele Agnoletto, un inopinato nome sabaudo per la carica di portavoce del Genoa Social Global Forum. Ed è stato da Marcos anche don Vitaliano della Sala, il parroco di Sant’Angelo della Scala, in provincia di Avellino, che ha firmato un appello ai cattolici assieme a Agnoletto, al vescovo di Acerra mons. Riboldi, a un pastore protestante e a Casarini, invocando il “diritto alla resistenza” di San Tommaso. Come Agnoletto alla Camera, anche Casarini è stato di recente trombato come sindaco di Padova. Ma ciò non ha impedito ai due di attaccare il ministro Ruggiero perché «non l’ha eletto nessuno».

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