IGOR MAN
Yasser Arafat ha lasciato la Moqata, la politica, l’Intifada. Ci ha lasciato. Quest’uomo ha saputo inventare e imporre all’attenzione del mondo la lotta palestinese per ottenere un proprio stato. è tempo di bilanci. Ha organizzato attentati che avevano come obiettivo prioritario i civili e dopo anni di terrorismo e di accordi rifiutati, caduta l’Unione Sovietica, si è schierato dalla parte di Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo. Da lì si sono riaperte le trattative. Per Arafat è iniziato il periodo degli accordi con gli israeliani.
Oslo ’94. Il ritorno a Gaza. Poi Camp David nel 2000. Gli israeliani non tengono conto di una mai interrotta educazione all’odio propinata nelle scuole ai bambini palestinesi. Gli israeliani si illudono e quell’estate il primo mistro Ehud Barak propone un accordo definitivo e Arafat dice no. Il presidente palestinese torna a casa con le dita a V in segno di vittoria, invoca i martiri e scatena ancora una volta il terrorismo. In questi anni viene anche accusato di corruzione dal proprio stesso popolo e perfino dai membri del parlamento di Gaza, stufi della gestione autoritaria del potere e della crescita delle ville dei principali dignitari della corte del rais.
Lo stesso Arafat avrebbe accumulato in questi decenni un piccolo tesoro personale sottratto alle generose donazioni internazionali effettuate senza controlli e verifiche. Certo, quando il nemico cade se ne possono più liberamente riconoscere i meriti, ma nemmeno si può dimenticare.
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