Il 25 aprile di Rimini
Non è una notizia. Sono soltanto 26mila italiani che non sono andati né al gran premio di Imola, né in piazza per il 25 aprile. 26mila italiani che hanno passato il week-end a Rimini, per riflettere sul “Destino dell’uomo”. Esercizi spirituali? Insomma. Ci è sembrata piuttosto una quarantottore di messa a fuoco della ragionevolezza che sostiene una radicalità di esperienza cristiana e il suo impegno aperto, civile, collaborativo, alla difesa e costruzione del mondo e del bene comune. Una due giorni di Fraternità (di Comunione e Liberazione), con la partecipazione (molto ordinaria) di adulti, famiglie, lavoratori, pensionati, giovani coppie. Collegate via satellite altre migliaia di persone, in 22 paesi. Altre comunità, di altri 34 paesi, seguiranno l’evento nei prossimi giorni in differita.
Una lotta per la bellezza
Walter Izzo, operatore nel settore no profit, è venuto a Rimini con sua moglie. è già nonno con parecchi nipotini e partecipa della creatura di don Giussani fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Chissà perché, mentre sale su uno degli autobus-navetta che scaricano nella nuova fiera la strana folla di frequentatori, ci racconta di un momento simile capitato quarant’anni fa, a Varigotti, nella primavera del 1964. «Eravamo un pugno di ragazzini, con Giussani si trascorreva insieme il triduo pasquale. Ero nel gruppo dei cosiddetti tecnici, cinque liceali incaricati di piazzare lungo la Via Crucis i megafoni e le varie apparecchiature tecniche per gli incontri che avvenivano lungo il percorso. Tutto fila liscio finché arriviamo alla chiesetta di San Lorenzo dove avevamo apparecchiato l’altare per la Messa. Qui il Giuss ci dice con disappunto “no, ragazzi, così non si può…”. “Oddio, cosa abbiamo sbagliato?”. Giussani non spiega, celebra la Messa e alla fine prende il gruppetto dei “tecnici” e lo porta a guardare l’altare dalla soglia della chiesa. “Vedete come è storta quella tovaglia ?”. In effetti era leggermente obliqua rispetto al piano dell’altare, però ci voleva una vista di lince per accorgersene. E di quell’osservazione da lince, Giussani ce ne diede la ragione, dicendo: “Noi dobbiamo lottare per la bellezza, perché senza la bellezza non si vive. E questa lotta deve investire ogni particolare, altrimenti come faremo un giorno a riempire piazza San Pietro?”. In effetti quel giorno venne trentaquattro anni dopo, il 30 maggio 1998, quando il Papa benedì Cl che riempiva piazza San Pietro. Una giornata che si ripropone adesso, primavera del 2004, con il Papa che scrive al fondatore una bellissima lettera per i 50 anni del movimento, dopo che a sua volta don Giussani ha scritto a Giovanni Paolo II che «non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta. E forse proprio per questo ha destato possibilità imprevedibili di incontro con personalità del mondo ebraico, musulmano, buddista, protestante e ortodosso, dagli Stati Uniti fino alla Russia, in un impeto di valorizzazione di tutto ciò che di vero, di bello, di buono e di giusto rimane in chiunque viva un’appartenenza».
C’era Nicola, mancava Imad
Una persona raggiunta da questa “forma di vita” scaturita da un uomo che oggi ha ottantuno anni è Nicola Colicchi, cinquantenne imprenditore romano che è a Rimini per la prima volta su invito di un amico milanese. Nicola strabuzza gli occhi davanti all’imponenza di una non notizia che scivola ordinatamente, silenziosamente, pensosamente, tra le vie della Las Vegas italiana. «Non ho mai visto niente di simile. è proprio il contrario di una manifestazione di massa, è proprio il contrario di un gregge. è una manifestazione di persone, è un popolo».
Manca solo Imad. Sì, perché se non fosse rientrato in patria e adesso non fosse alla Tv Al Jazeera (sicuramente a combinare qualcosa di buono per liberare gli ostaggi italiani a Baghdad) agli “esercizi spirituali” di Rimini avremmo potuto imbatterci persino in lui, nel musulmano sunnita Imad El Atrache, libanese di Sidone che arrivò al Politecnico di Milano sul finire degli anni Ottanta e che dopo anni passati in un movimento cattolico che gli ridestò l’attenzione alla sua tradizione e fede musulmana è finito a fare il giornalista nell’ormai nota emittente araba. Imad lo conosce bene questo genere di cristiani, tant’è che ancora qualche mese fa ha scritto a uno di loro che «con voi ho imparato tante cose, e ti assicuro, caro amico, che è molto affascinante poter avere la possibilità di imparare cose della vita da coloro i quali sono diversi da te… vi mando un forte abbraccio, con profonda riconoscenza!».
La potenza di canti e musica
E’ impressionante sentir cantare come una voce sola 26mila persone. E impressionanti sono le sinfonie di Beethoven che investono le immagini di Van Gogh, Giotto o Caravaggio che scorrono su grandi schermi, la musica e l’arte che accompagnano gli incontri e che trasformano in arcate di cattedrali le gigantesche strutture del nuovo quartiere fieristico riminese. E poi questa attenzione ossessiva al bel canto, questo gusto estetico che si fa ricerca continua di eccellenza sinfonica e canzoni nuove che pescano in ogni tradizione – da quella gregoriana a quella ebraica, dal canto napoletano al blues nordamericano, dal repertorio dell’Est ortodosso a quello buddista dell’estremo Oriente – e che si esprime anche in composizioni musicali originali di cantautori come Adriana Mascagni e Claudio Chieffo. Il quale è venuto a Rimini portando una nuova canzone, Reina de la Paz, composta a Madrid, dove Chieffo è voluto andare per esprimere in musica la fraternità che lega il movimento agli amici spagnoli colpiti dalla strage. Così, è per amicizia che il sacerdote spagnolo Juàn Carròn è sceso a Rimini per tenere le lezioni alla sterminata assemblea, probabilmente uno dei pochi posti al mondo dove è normale che una platea di ventiseimila persone normali obbedisca all’invito di don Stefano Alberto «a vivere nel silenzio davanti a Cristo questi due giorni, anche nei momenti più complicati, come ad esempio i trasferimenti in pullman, se necessario richiamandoci l’un l’altro».
Il destino dell’uomo
«Il destino dell’uomo. Com’è facile – dice Carròn – che questa parola, “destino”, assuma un che di fatalistico, di rassegnato. Perché il pericolo maggiore che possa temere l’umanità oggi non è la malattia, non è la fame, non è il terrorismo, il pericolo maggiore, come scrisse Theilard de Chardin, è la perdita del gusto di vivere». Nelle lezioni di Carròn tornano a riecheggiare le domande appassionate e tragiche di Kafka e di Leopardi, «eppure noi siamo qui perché qualcuno ci è venuto incontro». Reina de la paz, tengo el corazon herido: te lo traigo a ti, te lo entrego a ti… è un giudizio e una conoscenza quella che viene proposta all’attenzione del popolo. «Cos’è il destino? Immaginate lo sguardo dei genitori al bambino appena nato e capite subito che razza di commozione c’è davanti a quell’essere, a quella creatura amata. Forse i genitori non sono interessati al loro destino, ma non possono non interessarsi al destino del loro figlio. Questa esperienza insegna più di qualsiasi definizione. Che ne sarà di questo bambino?». Si capisce nelle parole di Carròn, nel suo discorrere per passaggi precisi che vanno dritti alla ragione, che in fondo tutto il problema della nostra civiltà debole e confusa è la separazione tra conoscenza e realtà. Cerchiamo definizioni e invece è l’esperienza che spiega. «La realtà commuove la coscienza dell’uomo, perché la realtà richiama ciò a cui l’uomo è destinato». Cos’è che impedisce la cultura dominante in cui siamo immersi? «Impedisce la conoscenza amorosa, ci separa dall’esperienza così come la vivono i genitori davanti al bambino. è il grido del popolo spagnolo ferito dalle stragi. E poi sono bastate poche ore per separarlo dall’esperienza, per riassorbire lo shock iniziale e ridurlo a psicologia». E a consenso politico. Così che la malattia mortale dell’Occidente è il nichilismo. Viene citato il filosofo francese Finkielkraut: «In assenza di adulti si è costretti a mettersi nelle mani degli esperti». L’italiano Giovanni Reale letto su Il Foglio, che si è sentito dire da uno studente «non cerchiamo la verità perché è scomodo». Viene evocato un editoriale di Giuliano Ferrara, “La stanchezza dell’Occidente”, per cui «vogliamo essere lasciati in pace». Pure, si sente dire a Rimini, nonostante questa connivenza della rassegnazione e del comodo con il nulla di chi ama la morte più della vita, l’esistenza umana non può essere strappata al desiderio di cui è originariamente intessuta, non può essere cancellata l’adorniana nostalgia «che appaia l’immagine reale della verità». Ma è solo l’Avvenimento, l’Incontro che svela il destino… è impossibile restituire la ricchezza dei passaggi di un discorso che diventerà oggetto di approfondimento e conversazione dell’intero anno sociale di Cl. Ma il colpo formidabile della sfida di un Totalmente Altro che si manifesta in circostanze così apparentemente fragili ed esteticamente impensabili, in un popolo, ritorna in una “manifestazione di persone” come quella di Rimini. Ed è qui il carattere della Fraternità ciellina, nel suo rivendicare la “presenza” contro l’utopia, per cui, dice Carròn, «come con la scoperta dell’America si sono dovute cambiare le carte, così l’incontro con Lui è per noi un punto di non ritorno perché è un punto di conoscenza». Dove conoscere – spiega Cesana – «è essere attacati al reale»; mentre «il nulla è non amare, non essere amati, è la figura del narciso, così diffusa nel nostro tempo, dell’uomo che vede qualcosa ma non si attacca a niente. è la figura dell’uomo sentimentale che si allontana o si avvicina a qualcosa a seconda dell’emozione, senza mai attaccarsi a niente, e dunque non conosce, perché non si conosce se non ciò che si ama». Per ben tre volte don Giussani interviene in assemblea via satellite, per lodare la lucidità di giudizio di «padre Carròn», per affermare la «positività della vita in qualunque circostanza» e ribadire che «la vita è bella». Non nel senso che dice Benigni, ma nel senso che dice e detta don Giussani ai 26mila di Rimini, perché «la vittoria è della Pasqua e dell’immortalità. E vittoria della Pasqua è, così, il popolo cristiano. Questa è la vittoria di Cristo contro tutta la “vittoria” del nulla».
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