Il BUONO SCUOLA AIUTA IL POVERO

Di Anna Maria Poggi e Giuseppe Calabrese
07 Aprile 2005
LA BRESSO ABOLIRÀ IL BUONO SCUOLA IN PIEMONTE? NON FARÀ L'INTERESSE DEI MENO ABBIENTI. COME DIMOSTRA LO STUDIO DI DUE SPECIALISTI. ESTRATTI

Coloro che si oppongono al sistema paritario e al riconoscimento della scuola paritaria come scuola che, al pari di quella statale, assolve al servizio pubblico dell’istruzione, evidenziano una sua marcata elitarietà, perché struttura educativa per ricchi. (.) In parte, queste valutazioni sono giustificabili dalla natura stessa della scuola non statale: il pagamento delle rette di frequenza può escludere a priori una parte della popolazione non in grado di sostenere tali spese; gli investimenti per il funzionamento degli edifici scolastici, inoltre, sono considerevoli e non possono essere dispersi in molteplici strutture.
Tuttavia l’esperienza applicativa della legge sul “buono scuola” in Piemonte contraddice ampiamente tali assunzioni.
In questi giorni la Regione Piemonte sta valutando i dati relativi al primo anno di applicazione della legge n. 10 del 2003 per il contributo regionale alla libera scelta educativa: una legge a favore di tutto il sistema di istruzione, statale e non statale paritario, con consistenti fondi in dotazione, e con un sistema di calcolo del contributo regionale tale da considerare contemporaneamente percentuali di copertura delle spese differenziate per fasce di reddito equivalenti a seconda dell’ampiezza del nucleo familiare, il diverso grado di scuola frequentato, i livelli di spesa, in modo da avvantaggiare le istituzioni scolastiche più efficienti e con benefici aggiuntivi per gli studenti portatori di handicap.
La legge ha ottenuto risultati lusinghieri rispondendo pienamente agli obiettivi che si era preposta: le famiglie beneficiate sono state circa 13.500; 16.000 studenti hanno ricevuto il contributo, di cui il 15,4% frequentano le scuole statali; gli studenti beneficiati delle scuole non statali paritarie rappresentano il 53,9% della relativa popolazione di riferimento. Un dato, quest’ultimo, sicuramente inferiore alla realtà e che sconta il primo anno di applicazione della legge con le inevitabili esclusioni per mancanza di informazione o di corretta compilazione della domanda.
Il database in possesso della Regione contiene informazioni aggiuntive che consentono di rispondere alle posizioni di chi è contrario alla scuola non statale. Innanzitutto la maggioranza degli utilizzatori della scuola statale paritaria non dispone di risorse economiche considerevoli. Dall’analisi per fasce di reddito emerge che il 32,4% degli studenti frequentanti le scuole non statali paritarie rientra in famiglie con reddito lordo inferiore a 20.000 euro per un nucleo familiare di 3 persone. Tale valore è inferiore al primo livello di reddito richiesto per le prestazioni sociali agevolate, vale a dire l’assegno di maternità, le mense e le prestazioni scolastiche (libri, borse di studio eccetera), le agevolazioni per i servizi di pubblica utilità (telefono, luce, gas), per le quali è necessario calcolare l’indicatore di situazione economica equivalente. Inoltre, il 42,8% degli studenti frequentanti le scuole non statali paritarie rientra in famiglie con un reddito lordo compreso tra 20.000 a 40.000 euro per un nucleo familiare di 3 persone, valore inferiore al secondo livello di reddito richiesto per le prestazioni sociali agevolate, e solo il 24,9% nella fascia superiore fino a 62.000 euro, che sempre per un nucleo di 3 persone corrisponde al reddito lordo massimo complessivo familiare previsto dalla legge per ottenere il contributo. Da questi numeri emergono chiaramente i considerevoli sacrifici che molte famiglie sostengono per poter esperire la propria libertà di educazione. (…)

* Preside della Facoltà di Scienze della formazione, Università di Torino
** Ricercatore Ceris-Cnr

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