Il campo di Angurie

Di Muca Clirim
22 Agosto 2002
Anticipazione di un racconto dell’Esopo albanese che ritroverete in uno dei prossimi Paperback di Tempi. Ecco a voi la storia di Bake

Non mandarmi al campo d’angurie» – pregava Bake.
«E invece sì» – tagliava corto il caporale.
«Ma io sono un condannato. Proprio lì sono cominciati i miei guai».
Il caporale lo guardò dritto negli occhi: «Cos’è? Hai voglia di scherzare?» – disse serio.
«Neanche per sogno. Al mio processo ha assistito tutto il paese. Te ne sei dimenticato? Non sono ancora passati dieci giorni».
«Tu sei l’unico che sa distinguere le angurie mature da quelle ancora acerbe. Tutti gli altri mi combinano disastri e dall’alto se la prendono con me. Vai adesso e dopo la raccolta farai anche la guardia» – concluse il caporale.
Era mattino presto. Il sole stava spuntando da dietro le colline, dipingendo l’orizzonte di rosa. Senza dire più niente Bake si allontanò, diretto al campo d’angurie. Era intorno ai trent’anni, alto, coi capelli castani e un po’ ribelli, con due mani grosse e forti. Fino a pochi giorni prima era un uomo normale e nel paese non lo ricordavano per niente di particolare. Due volte aveva radunato molta gente intorno a sé: la prima quando si era sposato, sentendosi l’uomo più felice del mondo, la seconda volta il giorno del suo processo, lì davanti agli uffici del Comune, accanto alla strada, perché vi partecipasse più gente possibile. La sera prima del processo, mentre tornava dal campo aveva messo in borsa due angurie. Sua moglie era incinta e aveva voglia d’anguria, ancora primizia di stagione. Tornava a casa per una strada secondaria. Il poliziotto del paese e il sindaco lo stavano aspettando. Quella notte la passò nell’ufficio del sindaco. Fecero anche delle fotografie, in cui lui posò con le due angurie sotto braccio. La mattina dopo, sul presto, gli avvisi del suo processo furono messi nei punti chiave del paese, senza contare che gli attivisti del partito ebbero il compito di avvisare le brigate degli operai, la scuola, i condomìni.
I membri della giuria erano seduti a un lungo tavolo, preso dal centro culturale. Sul tavolo si trovavano le due angurie: il corpo del reato! La gente si era accalcata intorno, lasciando poco spazio tra giurati, imputato e pubblico. Altra gente continuava ad arrivare, anche correndo, per non perdere lo spettacolo. I giudici erano il sindaco, grasso come un maiale; vicino a lui il poliziotto, che aveva appoggiato il cappello sul tavolo, era serio e metteva paura quando guardava la gente; il maestro della scuola elementare, che fungeva da cancelliere – lui, come se avesse vergogna di trovarsi lì, scriveva sempre senza alzare la testa; un veterano della guerra, con medaglie e distintivi sul petto – in tutti i processi che si facevano al paese lui era presente; e infine un impiegato della vicina cooperativa, con i capelli grigi – non lo conosceva nessuno e molti si chiedevano chi fosse. Per far tacere la folla il sindaco si alzava in piedi e con gli occhi inferociti gridava: «Silenzio!». A volte chiamava per nome qualcuno del pubblico, minacciandolo che dopo quel processo sarebbe potuto iniziare il suo, se ne aveva voglia. Ogni volta che il sindaco parlava il poliziotto prendeva il suo cappello dal tavolo e se lo metteva in testa, per toglierlo di nuovo appena si era fatto un po’ di silenzio. Per prendere la decisione non si ritirò la giuria, ma si fece allontanare l’imputato. Lo condannarono a un mese di lavoro senza paga e a una multa di dieci volte il prezzo delle angurie, da pagare subito. Dopo il verdetto il sindaco continuò a parlare a voce alta: «Lo condanniamo, compagni, per il suo gesto pericoloso. E che sia d’esempio per tutti coloro…».
«Apriti terra e fa’ che sprofondi» – pensava Bake, bianco in viso. Era la seconda volta che radunava tante persone intorno a sé. Le donne raccoglievano le angurie che Bake aveva staccato per tutta la mattina. Lui era seduto a riposare all’ombra della guardiola, costruita di paglia in mezzo al campo. Era passato mezzogiorno, quando vide il poliziotto che, guardandosi dal non schiacciare le angurie, si dirigeva verso di lui. Dopo aver salutato, si sedette all’ombra al fianco di Bake.
«Eh, vengono ladri adesso?» – domandò il poliziotto.
«No, si sono spaventati» – disse serio Bake.
«E di notte?».
«Non lo so. Io lavoro solo di giorno. Devo un mese di lavoro allo Stato e per legge dev’essere diurno» – rispose il giovane, non degnando neppure di uno sguardo il poliziotto.
«Così, eh?» – disse quello – «Va bé, io mi alzo» – e invece continuò con altre domande e con altri «Ora me ne vado».
All’ennesimo «Ora mi alzo» Bake rispose: «Va bene, come vuoi».
Ma l’altro non si alzò e continuò: «Dall’altra parte ci sono guardie?».
«No, ci sono gli operai, non ce n’è bisogno».
Rigirandosi il cappello tra le mani, alla fine il poliziotto crollò: «Portami un’anguria, ti prego, che sto morendo dalla sete».
«Meno male che ti sei arreso» – disse tra sè Bake – «se no, neanche una fetta te ne davo, anche se stavi qui fino a sera» – e si alzò pigramente, per andare a prendere un’anguria per la sete del poliziotto.
Verso sera, quando se n’erano andati tutti a casa e lui era rimasto solo in mezzo al campo ad aspettare il cambio di guardia, vide arrivare un calesse con a bordo il caporale, il ragioniere della cooperativa e il sindaco. Il caporale ordinò a Bake di scegliere una decina di angurie, le più grosse e mature. Mentre Bake portava a due a due sottobraccio le angurie, che finivano sotto il sedile del calesse, pensò: «Ecco qualcuno di loro ricorderà il mio processo». Ma quelli mangiavano un’anguria appena tagliata del tutto indifferenti a lui.

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