Il cantiere buio e abbandonato dipinto da Sironi è l’anima di noi moderni senza più certezze
È un “Paesaggio urbano con camion” di Mario Sironi, esposto nella mostra “Sironi metafisico” della Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo, vicino a Parma.
È un muro lungo e incombente e nero che cinge un cantiere, sotto a un cielo notturno. In realtà quel cielo invade con la sua oscurità tutto il quadro. È buio in cielo e in terra, e su tutte le cose. Da dietro le mura del cantiere, alte come di una prigione, si alza solitario il braccio di una gru. È lì immobile, abbandonato e non solo per la pausa della notte. Dimenticato, come se gli operai non fossero più certi di voler costruire. Quattro palazzi si stagliano sulla linea dell’orizzonte con le loro file di finestre nere. Abbandonati anche loro, pensi; o forse nelle stanze dormono sonni senza sogni uomini abbrutiti dal lavoro in quella periferia desolata. E il camion, di quello si scorge un leggero chiarore di fari, ma è buio l’abitacolo, e il guidatore non si vede. Il grosso veicolo goffo traversa con sovrana indifferenza la città deserta; venendo da un indefinito lontano, diretto verso un oltre di cui non è rilevante l’indirizzo, o lo scopo. Il silenzio della città abbandonata è così denso che anche tu resti zitto – come avvertendo che non lo puoi violare. Sotto alla cappa nera, la notte potrebbe essere per sempre. Solo, all’orizzonte, un’aura di blu più chiaro sembra una memoria di sereno. Altrove, lontano, quel cielo d’apocalisse potrebbe forse allentare le sue maglie, e lasciare filtrare un’alba ancora?
Varrebbe la pena di andare fino a Parma solo per fermarsi davanti all’asfalto e al muro nero di questo “Paesaggio urbano” – fino a quando non ti sembri di esserci entrato. O forse in quella periferia di piombo sei già stato, e quando? In quella come in altre di Sironi. Ricordi un “paesaggio” del 1922 tutto di un giallo livido: le ciminiere, gli hangar di una stazione, e i binari paralleli lucenti che vanno anch’essi, come il camion, verso un ignoto e insensato destino. E anche lì non è rimasto nessuno, non traccia d’uomo, neppure l’ombra lontana di un passante; anche lì le finestre come occhiaia scure e vuote. Le fabbriche, i binari sono rimasti, con la loro opaca mole di cose senza vita. Ma dentro, attorno, in mezzo, non c’è più nessuno – come se gli uomini se ne fossero andati.
I “paesaggi” di Sironi sono degli anni Venti. È l’apocalisse ventura quella che dipinge, già percepita nella frenesia dell’industrializzazione, nelle schiere di case tutte uguali, nello sguardo smarrito delle maestranze strappate alle campagne? O è l’anima di uomini in cui la modernità sta spezzando la certezza di un Dio? Certamente le città di Sironi sono profezia di noi, degli uomini del Ventesimo secolo. Uno di noi ci ha visto dentro, e attraverso. Poi ha dipinto quel camion nella notte, e solo all’orizzonte la memoria di un cielo più chiaro.
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