IL CAPO INCLINATO DI OSTUNI

Di Marina Corradi
10 Febbraio 2005
Primi di febbraio

Primi di febbraio, le case candide della città vecchia di Ostuni sono sferzate da una neve gelida. Deserti il dedalo di vicoli stretti, plumbeo il mare all’orizzonte, eppure è bella di una bellezza aggrottata e solitaria l’acropoli antica, dominante sul mare un tempo conteso ai Saraceni. Nella piazza vuota si alza come un miracolo la facciata in gotico fiorito della cattedrale. La pietra bianca cotta da secoli di sole mediterraneo s’è fatta rosata, e ora è lucente sotto le folate di neve. L’anziano professore che ci accompagna è di qui, e la cattedrale svela allora i suoi segreti, come quando in una casa ti accompagni il padrone. E mostra i restauri, e ciò che è stato tolto, e conservato, e le statue del patrono e quella del santo protettore l’una accanto all’altra, nei secoli gelosi dell’affetto dei fedeli.
Ma, infine, ti fa notare una tenue asimmetria nell’abside. è vero, non l’avevi notato, è leggermente inclinata a sinistra. Un errore dell’architetto, impossibile. Sorride il professore: probabilmente, spiega, l’asimmetria fu voluta, in quell’anno lontano. L’abside è inclinata come il capo di Cristo sulla croce, nel momento della morte. La “reclinatio capitis” è inscritta nelle pietre della cattedrale di Ostuni, consacrata nel 1490, per sempre. Una impercettibile asimmetria. I più non la notano. Quasi un segreto, una cifra nascosta, occulta e profonda memoria del Venerdì santo, incisa per sempre dentro una chiesa cattedrale in una città italiana, sul finire estremo del Medioevo.
Il “segreto” della cattedrale di Ostuni deserta sotto la neve, commuove. Dunque, pensi, quegli sconosciuti lontani costruttori avevano tanto ferma la convinzione che la Chiesa fosse il corpo di Cristo, che edificando una chiesa ne inclinavano l’abside, come la testa di Cristo sulla croce. Questa era la forma mentis degli uomini che fecero le cattedrali del Medioevo. Quelle che oggi, a Chartres, a Parigi, a Pisa, noi guardiamo attoniti, senza riuscire a capacitarci di come generazioni di tanto più povere siano state capaci di lasciare queste maestà di splendore, immense e in ogni particolare cesellate, fino alle guglie più irraggiungibili. Come? Come spinte da una forza che noi abbiamo perduto. E certo ogni cattedrale ha il suo segreto, la sua cifra nascosta. Quella parete asimmetrica, memoria antica e perenne. Radice. Quante radici segrete, in un’Europa immemore che crede di non averne.

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