Il capolavoro definitivo
Con quella nascita, a dire proprio quella nascita lì, Dio compie il capolavoro. Definitivo: «Ci ha restituito la possibilità d’esistere nella speranza». Giovanni Testori (non è magnifico questo modernissimo fare i conti con la speranza provocati in questi giorni dalla Spe salvi di Benedetto XVI?) a un certo punto si è aggrappato a quell’atto presepiale come il bimbo al seno materno. Un percorso di ritorno, il suo. Procedendo, però. E arrendendosi al Natale, cioè «al momento in cui l’uomo domanda di ritrovare la propria nascita». L’incedere affettivo nel segno e nel senso della figliolanza si fa contenuto in questa preziosa e agile raccolta di scritti dello scrittore lombardo curata da Fulvio Panzeri e Valerio Rossi. Un bambino per sempre palesa il Testori vitale sul Corriere della Sera e sul Sabato (tra il 1978 e il 1986), puntuale alla consegna di scrivere raccontandosi, sul mistero di Betlemme, sulla nascita assoluta, «ma in quell’assolutezza esso riflette ed assume, illumina e redime, benedice e consacra, tutte le nascite di prima e tutte le nascite di poi».
Sono quasi tutti interventi proposti e pubblicati alla vigilia, il giorno prima di tutto che ha dato motivo a tutto. Non v’è traccia assolutoria in quelle pagine – per chi ha una frequentazione col suo pensiero è quasi banale esplicitarlo – anzi, l’autore nel recitare il mea culpa ha la trepida premura di rilanciare la bellezza piena di grazia che proviene dall’infinitezza del Padre, dalla sua decisione di regalare al mondo, e per sempre, suo Figlio, «l’atto d’amore infinito di quell’incarnazione». Quale consolazione, quale certezza. Nonostante l’uomo. Che è arrivato al punto di dimenticarsi, di più, di vergognarsi del Natale. Per andare dietro ad altro: idoli si chiamano. Ma il Bambino c’è, rigoroso e fedele all’appuntamento, deposto nella mangiatoia con la sua mamma («ci siamo vergognati anche di lei, la nostra mamma») e il suo papà. E i pastori di allora, di oggi e di sempre ad affrettarsi verso la capanna. Così come i Magi di quel tempo e di tutti i tempi. Sapere di trovarlo, ecco. Il presepio, il nuovo inizio, la sola soddisfazione, la sola pìetas. Testori, naturalmente, ricorre ai suoi arnesi per dare ragione della sola ragione. Arte e poesia, cioè. Ci conduce allora al Sacro Monte di Varallo, al genius loci dello spirito poetico delle valli e delle Alpi, quel Gaudenzio Ferrari, così scrittore e così pittore amatissimo dal nostro. Alla sacra rappresentazione. E nello svelarsi delle cappelle (scene della vita di Cristo, da quel giorno, dall’alba di novità) che si susseguono sul colle di Varallo, partecipiamo all’incontro con «un calco eseguito direttamente sul corpo dell’uomo a furia di sguardi, di carezze e di pensieri e gesti d’amore». Una scena che sorprende tanto è povera (di terracotta) e viscerale.
Un cristiano sazio e affamato
Avverte Testori a proposito della poetica di un maestro siffatto del Rinascimento italiano: «Proprio come il teatro fosse lì, lì, per accadere… Ma in Gaudenzio non tanto di teatro si tratta, quanto di vita. Egli non mima; crea; possentemente; dolcissimamente». E subito si perde nell’elogio dell’artista, della sua scelta orientata all’essenzialità, priva di ninnoli: «La favola della nascita d’ogni uomo che è il Natale dimette in lui ogni sfarzo e si trasforma nella favola valligiana della nascita d’ogni creatura senza averi, se non il padre, la madre, le bestie amiche a scaldarlo e i poveri, malconci pastori a visitarlo». E l’autore ci invita alla visita di questa architettura «di carnale concrezione», di questa Betlemme montana, da pellegrini fedeli certo, e suggerisce la primavera per l’ascesa a quel singolare teatro della vita, per via dei giochi d’ombra e di una quasi rinuncia alla pienezza della luce, un’intuizione del Ferrari che Testori assicura essere precaravaggesca.
Che cristiano sazio e affamato, Giovanni Testori. Sincero nel confessare il suo aver toccato il fondo a furia di negare l’accettazione della nascita, della vita e della morte. Poi, eccolo, il Natale. Finalmente. «Cominciai a dire sì, e il muro di ribellione e di negazione si scioglieva man mano che accettavo la misura quotidiana della sofferenza e della mia indegnità che veniva abbracciata e accolta, per quella che era, dalla Volontà e dal Senso di tutto ciò che sempre cercavo, l’amore, la luce, la coscienza, la ragione, la passione dell’esistere». E per Testori, che non può e non vuole celare nulla, il Natale contiene tutto, la vita come la morte. Incide: «Cristo nasce per giungere alla croce». E completa: «Così, dentro la paglia in cui Maria lo depone, v’è già la morte di suo Figlio, ma v’è già anche la sua resurrezione». No, non ha vinto la disperazione. Perciò quel fine e principio vale per ciascuno di noi perché esiste in ciascuno di noi, in quanto figli. E il sì di Maria, «la nostra mamma», è il sì che affiora sulle labbra di tutte le donne che accettino di generare. Ogni minuto, ogni giorno di questa storia che è il mondo. Cosicché il Natale riaccada di continuo ferito dalla redenzione. La nostra miseria è salvata. Dalla verità del presepio. Bimbo che perdona, che annulla definitivamente la lacerazione del distacco dell’uomo da Dio: mai più la realtà separata dalla verità. Testori si appoggia, in una delle pagine più belle della raccolta, al Manzoni degli inni per documentare la tragedia dell’effrazione, del distacco cieco. E lo riporta: «Qual mai tra i nati all’odio,/ quale era mai persona/ che al Santo inaccessibile/ potesse dir: perdona?». Tuttavia l’infinito innocente di Betlemme «pone il proprio corpo di Dio incarnato», l’unico che sa davvero perdonare noi esuli figli di Eva che eravamo prima del Natale. Da quella volta, da quanto misteriosamente successe in quella capanna, noi beneficiamo per sempre della «sublime e umile clemenza». Che rende vere le nostre capanne quotidiane.
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