Il caso serio dell’Amore (cosa ha un Papa da dire sul fatto più importante e più bistrattato della vita)

Di Rufi Enrico
02 Febbraio 2006
«ALL'INIZIO DELL'ESSERE CRISTIANO NON C'è UNA DECISIONE ETICA O UNA GRANDE IDEA, BENSì L'INCONTRO CON UNA PERSONA». COSì SCRIVE BENEDETTO XVI NELLA SUA PRIMA ENCICLICA, 'DEUS CARITAS EST'. D'AFFETTO DISCUTIAMO TUTTI I GIORNI, MA QUANDO NE ABBIAMO UDITO PARLARE COME EROS E AGAPE, ESTASI E TRADIMENTO? UN GIORNALISTA DI RADIO RADICALE E IL RETTORE DI UN LICEO FANNO I CONTI CON LE PAROLE DEL PONTEFICE

LAUDATE HOMINEM

«Sarà – disse un giorno Albert Camus parlando in un convento di domenicani, lui che solo pochi anni prima, durante la guerra, aveva invocato invano la voce di Pio XII che condannasse il nazismo – ma vi assicuro che come me, milioni di uomini non se ne sono accorti. Mi hanno poi spiegato che la condanna c’era stata, ma era stata fatta nel linguaggio delle encicliche, che non è per niente chiaro». Chissà se papa Ratzinger ha tenuto presenti queste parole di Camus mentre redigeva la sua prima enciclica. Perché con il linguaggio ambiguo e oscuro che deprecava l’autore dell’Uomo in rivolta la Deus caritas est ha effettivamente rapporti di parentela piuttosto tenui. Credo proprio che Camus apprezzerebbe, perché quel che il mondo si aspetta dai cristiani, amava ripetere, lui che pure non condivideva la speranza dei cristiani, ma che diceva che nel mondo occidentale la storia della rivolta è inestricabilmente intrecciata con quella del cristianesimo, è che i cristiani parlino a voce alta e forte.

L’UMANESIMO DELLA GINESTRA
Io non so se la testimonianza e l’insegnamento di Camus abbiano segnato questo Papa così come la poesia e il tormento di Giacomo Leopardi avevano scosso don Giussani. Le citazioni di Nietzsche e di Marx, i riferimenti a Kant, sembrerebbero confermare che il dialogo con la modernità che da più parti viene riconosciuto al Papa passi soprattutto attraverso il pensiero tedesco, così come per altri versi può essere indicativa la citazione di Sartre, Sartre l’anti-Camus, nell’ultimo libro di papa Wojtyla: indicativa quanto agli interlocutori (avversari, o comunque protagonisti del secolo) ‘riconosciuti’ dalla Chiesa cattolica. A leggere le pagine di questa enciclica si direbbe che l’umanesimo della Ginestra o della Peste venga omologato, confuso, con gli umanesimi astratti, quelli che non prevedono necessariamente la carità, quelli che non fanno i conti con l’esistenza del Male: per esempio il pacifismo, l’umanitarismo, l’ideologia dei diritti dell’uomo.
Eppure è questo un umanesimo ancora più disinteressato, se possibile, di quello cristiano, ancora più incentrato sull’Uomo, perché non è legato a nessun premio, a nessuna promessa di salvezza, e non si fonda neppure su alcuna filosofia del progresso, di miglioramento del mondo o dell’uomo stesso. Nulla dell’«amore contrattuale», per dirla con Nietzsche, ma che probabilmente – aveva ragione Bonhoeffer – è una perversione della gratuità dell’amore di Dio, così come, del resto, lascia intendere abbastanza chiaramente lo stesso Benedetto XVI.

NON FILANTROPISMO MA SIMPATIA
Non è filantropismo, ma sympathia, che è quasi sinonimo di caritas, è comunione tra gli uomini, in grado perciò di trasformarci in quel ‘Noi’ capace di farci sentire uno, di cui scrive Ratzinger. È il camusiano «je me révolte, donc nous sommes». E non è alimentato semplicemente dalla fiammata generosa ma effimera dello slancio altruistico – «i sentimenti vanno e vengono», è vero -, perché è impegno costante, a volte eroico, a non aumentare il dolore e l’ingiustizia che ci sono dati in sorte, è resistenza continua contro la barbarie, è antidoto potente contro l’ignavia, l’inerzia, il nichilismo, è rivolta contro l’assurdo, cioè contro la morte. È solidarietà, fratellanza, è «la social catena» di Leopardi. «Non uccidere» e «Ama il prossimo tuo come te stesso» sono i suoi imperativi categorici e la sua bussola. Chi a queste leggi si sforza di attenersi al di fuori della comunità ecclesiale – (senza con ogni probabilità essere sordo agli echi del messaggio evangelico, ma questo sarebbe un altro discorso) – dovrebbe forse essere annoverato esplicitamente fra «coloro che si preoccupano seriamente dell’uomo e del mondo», come scrive il Papa.
Non sono semplici virtù morali o civiche, queste. Lo chiamano umanesimo ateo, ma succede talvolta che i suoi ‘campioni’ finiscano, loro malgrado, tra i «testimoni credibili di Cristo», anche se intonano empiamente il Laudate hominem. O forse proprio per questo.
* Giornalista e saggista di Radio Radicale

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