IL CASTELLO DI CAFTA
Adesso i conservatori degli Stati Uniti ce l’hanno con il Cafta (Central America Free Trade Agreement), figlioccio del famoso Nafta (North American Free Trade Agreement). Dicono che compromette pesantemente il magico connubio statunitense fra sovranità nazionale e federalismo. L’assetto istituzionale, cioè, in base al quale la libertà commerciale si coniuga, e bene, con un’oculata vigilanza sul territorio e sui suoi confini. Washington ha firmato il Cafta, l’area di scambio commerciale che la lega a Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua, nel maggio 2004, e nell’agosto successivo è stato esteso anche alla Repubblica Domenicana. Venduto dai suoi alfieri come una inevitabile ma vantaggiosa conseguenza della globalizzazione, i suoi detrattori (in maggioranza conservatori, ma la questione si viene facendo sempre più bipartisan) lo contestano duramente. Così come del resto contestano il Ftaa, Free Trade Agreement of the Americas, sottoscritto dalla Casa Bianca nel 2001. Secondo loro, infatti, fingendo di organizzarla e di armonizzarla, organismi pianificatori come Nafta, Cafta e Ftaa in realtà limitano, e molto, la libertà commerciale fra gli Stati imponendo regole e criteri che avvantaggiano solo gli anelli più fragili delle catene. Ma è peraltro un vantaggio di corto respiro.
Così imbrigliati i Paesi più forti vanno a rimorchio dei più deboli, indebolendo sé e tutte le aree geo-economiche interessate, le quali invece da rapporti di scambio bilaterali e autonomi potrebbero solo trarre profitto. Senza poi contare il fatto che la “libertà per decreto” imposta dagli organismi pianificatori internazionali finisce per immettere in Paesi come gli Usa problemi legati alla “criminalità da esportazione” e all’immigrazione incontrollata.
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