«Il cattolicesimo è sexy». Parola di oxfordiano
Al motto di Dominus illuminatio mea, l’Università di Oxford è uno degli “alti luoghi” della cultura e del cristianesimo inglesi. Accanto ai trentanove college residenziali che suddividono e raggruppano studenti, dottorandi di ricerca e docenti, la struttura di tipo federale dell’ateneo prevede anche sei Edifici Privati Permanenti. In uno di questi — la Campion Hall gestito dalla Provincia britannica della Compagnia di Gesù, fondata sotto altro nome nel 1896 e riconosciuta come istituzione permanente nel 1918 — è “incardinato”, padre Ian T. Ker, docente della Facoltà teologica oxoniense, sacerdote nella parrocchia dei Santi Giovanni Fisher e Tommaso Moro di Burford, nell’Oxfordshire, massimo studioso del cardinale John Henry Newman (a cui ha dedicato una ventina di titoli, fra edizioni di opere, antologie e testi critici; in italiano cfr. il suo Newman. La fede, Paoline, Cinisello Balsamo [Milano] 1993) e “curioso” osservatore dei movimenti cattolici. Sono oggi — Ker lo ha scritto su The Catholic Herald di Londra — quello che per duemila anni sono stati i «tre grandi movimenti carismatici dello Spirito: la nascita del monachesimo nei primi secoli, l’avvento degli ordini religiosi medioevali e quindi nel secolo XVI il carisma soprattutto di sant’Ignazio di Loyola». Una possibilità vera, insomma, per il mondo in cui viviamo, figlia di una storia (la tradizione), ma senz’alcun complesso d’inferiorità nei confronti del nuovo. Nel 1985, il cardinale Joseph Ratzinger (rispondendo a Vittorio Messori nel famoso Rapporto sulla fede) sottolineò bene come il contrario del “progressista” non sia tanto il “conservatore”, quanto propriamente quel “missionario” di cui — assolutamente non clericalizzato e massimamente attento all’umano — si sente l’urgenza a tutti i livelli giacché nessun livello dell’esistenza umana potrebbe sopravvivere fuori dalla ricerca, dalla richiesta e dalla comunicazione di un significato appassionante, impegnativo e serio che riempie la vita dell’uomo altrimenti — come spesso si vede — dilaceratamente vuota. E missionari nel mondo di oggi, dice Ker, sono quei movimenti di cui Papa Giovanni Paolo II ha “benedetto”la missio ad gentes con un lungimirante e storico discorso pronunciato a Loreto sempre nel 1985. Nel cuore di una notte valdostana, nella cornice di uno splendido paesaggio alpino e davanti a una buona bottiglia di grappa bianca, Tempi ha avuto occasione di dialogare con un Ian Ker, questo Ian Ker, di ritorno da un incontro con il fondatore di Cl. «Mi hanno colpito il modo in cui ti guarda e le sue mani, lisce e piccole come quelle di un ragazzo. È il terzo grande leader carismatico cattolico che ho l’onore d’incontrare personalmente, dopo padre Marie-Dominique Philippe, fondatore della “Comunità di san Giovanni” in Francia, e Kiko Arguello, fondatore del “Cammino neo-catecumenale” in Spagna».
Di che avete parlato? «Di molto, ma in particolare mi ha colpito una sua notazione. Per lui, la grandezza del pensiero cattolico inglese (credo avesse in mente specialmente Newman) è quella di saper tenere uniti il cuore e la mente. Secondo Giussani, questo è quanto i nordamericani debbono continuamente imparare dagl’inglesi. Paradossalmente, peraltro, certi grandi autori cattolici inglesi in patria sono quasi pressoché dimenticati, mentre restano vivi Oltreoceano».
Quando e come ha conosciuto Cl? «Fu a metà degli anni Ottanta. Cappellano all’Università di Southampton, incontrai diversi studenti italiani del movimento. Quell’incontro rappresenta una vera e propria pietra miliare della mia vita. Ricordo quando, dopo la Messa domenicale, una studentessa olandese si rivolse a una dottoranda di ricerca italiana, dicendo: “Non trovi che padre Ian sia meraviglioso?”. E quella rispose: “Sì, ma mai quanto il ‘Gius’ che abbiamo in Italia”. Fu la mia prima esperienza con i nuovi movimenti cattolici. Incuriosito da quella risposta, volli conoscere di più e meglio. Poi, nel 1991, durante una Summer School all’Università Complutense di Madrid, mi trovai a parlare con un gesuita al quale chiesi se l’ordine di cui era membro esercitasse una qualche influenza accademica sugli studenti. Mi rispose: “Nessuna”. Al che chiesi se vi fosse qualcuno di un po’ significativo nel mondo studentesco e lui mi disse: “Due realtà, i neocatecumenali e i ciellini”. Di Cl iniziai dunque a scrivere seguendo un approccio teoretico e sul movimento tenni una conferenza in un ateneo cattolico statunitense, svillupando un parallelo fra esso e l’ecclesiologia di Newman e del “Movimento di Oxford”. Il mio incontro si è poi rinnovato negli anni, con nuovi amici».
Un parallelo con Newman? «Sì e non solo ecclesiologico, ma anche teologico nel concetto non illuministico di ragione che sia Newman sia Giussani articolano, oltre al valore che entrambi riconoscono alla tradizione. Quello del secondo è il pensiero del primo espresso in modo nuovo».
C’è spazio per il cattolicesimo nell’Inghilterra di oggi? «Il mio Paese ha cessato di essere protestante alcuni anni fa ed è diventato pagano. La Chiesa anglicana è in cattive condizioni e, al suo interno, l’elemento filocattolico o paracattolico è virtualmente scomparso. Se da un lato il numero dei cattolici praticanti diminuisce, dall’altro non cessano conversioni famose e non. Insomma, tutto sommato il cattolicesimo è attraente. Da noi è di moda un’espressione ridicola. Si dice che “il cattolicesimo è sexy”».
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