IL CATTOLICO CONFUSO PRODI (E LA CONFUSA GERMANIA)
Caro direttore, prescindendo da tutto, sui Pacs e sulle legittime preoccupazioni che sollevano, bisognerebbe limitare i termini del problema. Chi non vuole o non può impegnarsi, non richieda tutela allo Stato.
Vittorio Colella, Albino (Roma)
I Pacs tanto cari a Romano Prodi sono stati inventati in Francia per legittimare le coppie gay e introdurre quel principio relativista (poi compiutamente sancito dalla nota riforma zapateriana del matrimonio) che mina le basi di ogni società razionale in quanto istituzionalizza e diffonde nel popolo il veleno di una menzogna. La pensiamo esattamente come il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, che lunedì scorso ha osservato, tra l’altro, che «non vi è alcun reale bisogno di norme come quelle francesi, che potrebbero portare a un “piccolo matrimonio”» e che «produrrebbero un oscuramento della natura e del valore della famiglia e un gravissimo danno al popolo italiano». La protezione giuridica delle unioni di fatto deve seguire la «strada del diritto comune» e «qualora emergessero alcune ulteriori esigenze, specifiche e realmente fondate, eventuali norme a loro tutela non dovrebbero comunque dar luogo a un modello legislativamente precostituito e tendere a configurare qualcosa di simile al matrimonio, ma rimanere invece nell’ambito dei diritti e doveri delle persone». Insomma, ha ragione Repubblica, quello che propone Ruini è qualcosa di molto più intelligente, utile e concreto dei Pacs, «qualcosa di molto simile ai “contratti” proposti dal leader della Margherita, Francesco Rutelli». Mentre il “cattolico adulto” Romano Prodi rimane su posizioni un po’ troppo bigotte.
Egregio direttore, con riferimento all’articolo che mi riguarda e apparso sul suo giornale in edicola il 15 settembre, tengo a precisare che, oltre al fatto che non sono Presidente ma Consigliere Delegato della Fondazione Sacro Cuore è facile travisare il senso di alcune affermazioni attribuitemi ma estrapolate dal discorso più ampio e articolato che ho fatto in occasione dell’incontro, cui ho partecipato, in data 24 agosto al Meeting di Rimini dal titolo “La scuola è viva”. In modo particolare, proprio il titolo dell’articolo (“Toglieteci pure le scuole, ma lasciateci la libertà di educare”) non è un pensiero da me espresso. Certo che Lei voglia provvedere tempestivamente ad una rettifica pubblica di quanto affermato nell’articolo, porgo i miei saluti.
don Giorgio Pontiggia, Milano
E poi dice che siamo “il settimanale di CL”.
Caro direttore, lunedì mattina a “Omnibus”, su La7, un gruppo di giornalisti di sinistra disquisiva sul risultato delle elezioni tedesche, con una certa euforia per il mancato successo della Merkel. C’era uno che diceva: «È un risultato entusiasmante, perché segna il ritorno della politica: ora dovranno negoziare tutti il programma di governo». L’unico davvero perplesso riguardo a questa tesi era Antonio Padellaro, il vicedirettore dell’Unità, che con lo sguardo un po’ triste ha sentenziato: «Non trovo niente di entusiasmante nel trionfo della confusione. Da un risultato confuso non viene niente di buono». Voi di Tempi cosa ne pensate?
Alberto Colombo, Milano
Secondo il nostro commissario agli esteri Rodolfo Casadei ci tocca dare ragione al direttore dell’Unità Antonio Padellaro. Sempre secondo il nostro capogabinetto estero, «la paralisi politica della Germania protrarrà la sua paralisi economica, e tutto questo avrà come riverbero l’aggravamento della paralisi politico-economica che da anni l’Europa continentale attraversa. E in fondo, che altro è la Germania se non l’epitome dell’Europa di oggi: manca il coraggio di decidere, manca il coraggio di cambiare anche quando tutti si rendono conto che cambiare è inevitabile, domina la paura del futuro. Chi si aspetta svolte salutari da una grosse Koalition fra i partiti maggiori (al momento in cui scriviamo solo ipotetica) non tiene conto di un dato molto semplice: in un’alleanza di quel genere nessun partito sarebbe veramente interessato al successo dell’azione di governo, ma tutti cercherebbero solo di posizionarsi al meglio per le successive elezioni anticipate.
Mentre dunque il Giappone esce dalla sua decennale stasi economica e politica grazie alla capacità del capo di governo uscente Koizumi di raccogliere una maggioranza netta attorno a un programma di cambiamenti non indolori, la Germania trascina l’Europa sulla china di un declino che potrebbe durare anni. Giappone ed Euro-Germania si scambiano di posto, e ora a non vedere più lo schermo dove si proietta il film della crescita economica e della coesione sociale siamo noi. Possiamo alzare la voce coi vicini di posto in nome dell'”economia sociale di mercato” e della “giustizia sociale”, ma continueremo a non vedere il film».
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