Il Cav. propone, Tony dispone: in pensione tutti più tardi

Di Bottarelli Mauro
10 Novembre 2005

Ha destato scandalo, non solo nell’opposizione ma anche in ampi settori della stessa maggioranza di governo, la proposta di Silvio Berlusconi di innalzare l’età lavorativa a 68 anni come unica possibilità di salvezza delle casse dello Stato a fronte dell’allungamento della vita media. Al netto della forzatura del “lavorare 13, 14 ore al giorno”, la questione è tutt’altro che campata in aria e un governo visto come fare delle politiche progressiste in Europa come quello di Tony Blair ha da tempo messo mano al problema. Se infatti la proposta ufficiale del governo, che andrà in discussione quest’inverno, comporterà l’aumento dell’età lavorativa a 65 anni e favorirà fiscalmente l’acquisto di una casa di proprietà (anche come seconda casa) come metodo di accantonamento dei contributi maturati, ampi strati del Cabinet – tra cui Gordon Brown e lo stesso primo ministro – stanno già ragionando su quanto emerso dall’ultimo report dell’Institute for Public Policy Research (Ippr) in base al quale, stando alle aspettative di vita media e ai progressi della medicina, tra il 2020 e il 2030 l’età lavorativa dovrà obbligatoriamente essere innalzata a 68 anni pena il collasso del sistema di pagamento statale.
L’autore del report, Peter Robinson, non ha dubbi: «Aumentare l’età pensionabile è non necessario ma vitale se vogliamo che il sistema pensionistico resti in piedi e non crolli sotto la pressione di una popolazione sempre più anziana e inattiva». Un’operazione politicamente complicata, non c’è che dire, ma che Tony Blair e il suo governo non intendono disattendere: nonostante i sindacati abbiano già detto chiaramente di essere contrari addirittura al piano che prevede l’innalzamento a 65, gli advisers stanno alacremente lavorando a un piano di azione che garantisca quanto l’Ippr ritiene fondamentale come primo passo: creare consenso alla proposta attraverso una strategia informativa che dica chiaramente alla gente quali siano i rischi cui andranno incontro il sistema statale e le giovani generazioni. Altro che il coro di “buuu” alla provocazione del Cav.

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