Il Cav. è sempre meglio di loro

Di Luigi Amicone
04 Agosto 2005
DELLA SINISTRA CHE DA QUALCHE LUSTRO INSEGUE IL NULLA DEGNO DI NOTA

Siccome settembre potrebbe essere un mese spartiacque, chiudiamo virtualmente una stagione salutando i nostri lettori con una letterina che ci esce dalle viscere del primo decennio di Tempi. Eccola da ventimila leghe sotto i mari, e buone ferie.

* * *

Caro lettore, da quelli della generazione del ’68, la parte ritenuta la più birichina ma pur sempre la migliore della Nazione (naturalmente quella progressista, moderna, eccetera) c’è stato poco da imparare. Tra il 1970 e il 1980 ci aveva imposto la scuola di massa, l’assemblearismo ad oltranza, la liquidazione di Dante per la celebrazione di Prévert, la messa al bando di Solgenitsyn per la collazione delle opere di Lenin e di Castro, e nel piccolo mondo borghese che si perpetuava accanto alla più schifosa delle scuole statali che l’Occidente abbia mai conosciuto (dove il popolo doveva rimanere carcerato per fare da carne utile, idiota e paziente all’avanguardia della rivoluzione), ci teneva nascoste la realtà dei college privati, di preti gesuiti palermitani e di kindergarden svizzeri, dove i figli di Agnelli e i loro compagni di giochi, marmocchi azionisti e di Botteghe Oscure, se non altro imparavano un po’ di disciplina, l’economia capitalista e l’avviamento alla lingua inglese (che gli verrà buona negli anni a venire).

Finiti i tempi dello svago e della contestazione, tre quarti dei figli di proletari si erano persi per strada, i brigatisti blindati, i capi estremisti e borghesi accomodati dietro le scrivanie dei giornali, delle partecipazioni statali e delle multinazionali. Il Pci si radicava nelle corporazioni, l’élite politicamente corretta sostituiva pian piano quella democristiana e fu solo per caso se, a causa del jolly antagonista Bettino Craxi, la coppia reggente la nuova egemonia romana-gramsciana (il celebre compasso Scalfari-Berlinguer che inventò di sana pianta “il partito degli onesti” e poi con Ciriaco De Mita “il partito di Repubblica”, cioè l’occupazione dello Stato da parte dell’asse Pci-azionisti-dossettiani, e l’ingegner De Benedetti cresceva e si moltiplicava le Olivetti in ogni ufficio postale del Bel Paese), non l’ebbe ancora vinta e perciò ribattezzò schifata quel decennio come quello degli “anni di plastica”. Il regimetto venne dopo, con Tangentopoli e con la liquidazione definitiva degli Andreotti e dei Craxi. Distrutta dai magistrati metà della prima repubblica, quella Dc-Psi (e ciò anche grazie all’altra metà, quella ex-neo-post comunista, che ovviamente aveva la faccia dei salvati, le mani pulite e i piedi prensili) fu ancora un imprevisto, noto come anomalia Silvio Berlusconi, che ci fece scansare un regime vero, anche se però l’Italia pagava dazio, andando alla deriva a causa dei mozzaorecchi che occuparono tutta la scena, privata e pubblica, mentre gli italiani tiravano la carretta, si pagavano Maastricht, le tasse buone di Visco, il blocco delle pensioni e dei salari (dov’erano i sindacati allora?). Gli italiani subivano zitti e mosca la pantomina di quelli che mentre la finanza d’assalto e lo straniero spogliava l’economia, loro erano a canticchiare in tribunale “Resistere, resistere, resistere. Giustizia Mormorò, Berlusca passa no”.
Siamo a metà duemilacinque, tra élite e popolo si è scavato un baratro, l’Italia è più povera, (un po’ per congiuntura economica negativa, un po’ per pigrizia politica governativa, un po’ per sfascismo dell’opposizione riunita intorno al partito corporativo della rendita, un po’ perché scoppiano bombe dappertutto), l’islam ci mette alla frusta. Ma questi, tetragoni, già quasi buoni per la pensione, la casa di riposo Mariuccia, la migrazione invernale alle terme di Salsomaggiore, continuano il loro linguistico scodinzolare davanti alla surrealtà (nessuno ci ha dichiarato guerra), all’ipocrisia opportunistica (siamo noi occidentali i cattivi), ai nichilismi zapateri (via dall’Irak), alle diserzioni (evviva la pace eterna). Gli arcivescovi cardinali di quel povero popolo della sinistra che un tempo stava con gli uomini della terra, adesso è tutto fatto di borghesi il cui massimo ideale è l’aria, svagata e umanitaria, l’essere lasciati in pace a fare i turisti dell’amore e – “affacciati alla finestra amore mio” – a raccontare cospirazioni Cia pure nei bambini irakeni massacrati dal buon terrorista Zarkawi (ma all’Espresso non credono neanche che esistano i terroristi, tant’è, scrivono quelli di ultima generazione, che siccome esistono solo i “resistenti” è per forza colpa dei marines americani se muoiono i bambini: non li usano forse come scudi umani, i bambini, i marines americani?). Il profilo del leader maximo di questa sinistra è proprio Romano il Fariseo, l’indignato speciale, il saccente, il buono buono. Il pensiero critico più aquilino è proprio quello veltroniano, quello che riflette sulla città degli uomini sguardando dalla specola dei baci perugina. Ecco cosa vuol dire arrivare al 2005 nel doppiopetto di gente perbene, pensando che, mondo cane, il mondo non cambia, però, sia chiaro, muoia Berlusconi con tutti gli italiani filistei e muoia pure l’America di Bush, il peggiore dei mondi possibili.

Non hanno più mondi nuovi da documentare se non quello delle burocrazie che mettono a posto il mondo con le buone parole e le belle bandiere (mentre controllano che le commissioni Ue e Onu facciano bene il loro mestiere di finanziatori di lobbies politicamente corrette), con l’adattamento alla teoria grigia e convenzionale del progresso, con l’ideologia della tecno-scienza. Non sanno vedere niente di serio nelle fatiche di stare al mondo in libertà. Non credono più alla felicità. Non frequentano altra scuola che quella dei risentimenti, del piallamento delle diversità, dell’attacco ad ogni gerarchia e autorità (purché non siano le loro), dell’invidia spacciata per tolleranza e laicità. Vogliono regole, per Dio! (e molta privacy, perché non si veda che loro sono i primi a violarle). Non si occupano di riflettere criticamente sui loro dati biografici e sui loro paffuti conti bancari cresciuti proporzionalmente alle loro lacrime sgorganti sugli ultimi del primo mondo e sui primi del terzo. Però sono rimasti fedeli alla superbia che, da quando erano giovani e frequentavano l’Azione Cattolica, la Fgci o il Partito Radicale, li fa disdegnare ciò che, come il peccato (che per loro è peccato nominare), è normale, certo, reale. Quale contributo avranno dato al mondo comune in cui si sono sentiti gettati come cagnolini ciechi? Cosa avranno da dire al Dio dei campi e delle stirpi che hanno orgogliosamente escluso (o identificato nelle loro belle persone) dal loro viaggio sentimentale?
Diceva Mao Tze Tung che ci sono passeggeri la cui dipartita peserà come le montagne e, volendo guardare benignamente quella élite italiana, progressista e de sinistra, che ha incarnato tutto il pensiero negativo dell’epoca a cavallo di due millenni, passeggeri che se ne andranno come piume al vento.

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