Il cielo è dei violenti

Di Valenti Francesco
22 Novembre 2007

Il 24 novembre esce in edicola la raccolta degli interventi pubblicati dal Foglio nel corso dell’estate sul tema del dopo. Appunti su quel che sarà alla fine della vita terrena, questo ha chiesto Giuliano Ferrara ai suoi collaboratori. Aspettando il libro, pubblichiamo le disposizioni del professor Francesco Valenti, rettore dei licei della Guastalla, Monza.

Parlando di Cristo e di un quadro di Hans Holbein il Giovane, dov’è rappresentato l’attimo più sconvolgente della vita di Gesù, quello successivo alla deposizione, quando negli apostoli sono scomparse anche le ultime speranze che Lui scendesse da solo dalla croce, Dostoevskij scrive nell’Idiota: «Se la morte è una cosa così terribile, se le leggi di natura sono così potenti, come trionfare di esse? Come vincerle, se non è riuscito a farlo nemmeno colui che da vivo trionfava sulla natura, che la comandava, che aveva esclamato “Talitha cumi!” e la fanciulla si era alzata; che aveva detto “Lazzaro, alzati!” e il morto era uscito dalla tomba? La natura appare, contemplando quel quadro, in una forma di immensa bestia, muta e implacabile, oppure, per esprimermi più esattamente, molto più esattamente, per quanto strano possa sembrare, come una di quelle immense macchine di nuova costruzione, che assurdamente, senza rendersi conto di quello che faceva, avesse afferrato, schiantato e inghiottito, sorda e calma, un essere sublime e prezioso, un essere che valeva da solo più di tutta la natura con le sue leggi, di tutta la terra stessa, la quale, forse, non fu creata per altro che per la manifestazione di quest’essere».

Come Ulisse che lascia Calipso
Il destino è l’approdo personale ad un’appartenenza misteriosa, non un’opinione sul futuro. Noi abbiamo l’obbligo di sapere quanto il dopo c’entra con l’adesso, quanto ci determina, ci plasma, ci gioca e ci accompagna, o se qualcosa gli possa sfuggire e a quali condizioni. Se i desideri che ci animano possano vincerlo o scendere a patti con le sue leggi. Se ci si possa innamorare del nostro e dell’altrui destino. Esso riguarda, perciò, anche la comunità e il compito nel mondo. E, insieme, il destino impone all’intelligenza la verità della sua comprensione. Il nostro bisogno è di sapere in che termini lo si possa determinare e dirigere, il destino, noi, trafitti dalla sua imponenza, dal momento che non decidiamo di venire al mondo né di lasciarlo.
Per l’antichità greca e romana, il destino è legato all’idea sublime e universale di fato. Ciò che è stato detto (fatum, da for, fatus sum, fari, parlare) vale come necessità definitiva, come se il futuro stesso fosse già fatto storico. È in virtù del fato che si può parlare per l’uomo di destino e non di mediocre sopravvivenza. In nome della grandezza, l’uomo si inchina all’infinitamente grande che ha parlato per ciascuno. Qualcosa che sta sopra agli dèi stessi ha pronunciato il mio nome e ha stabilito il dato non modificabile ed eterno. L’esistenza è perciò indissolubile dal pronunciamento fatale. La grandezza eroica è l’adesione al disegno divino che mi ha proferito. Se il dopo ha la caratteristica, unica sembra tra i tre tempi, di essere diverso da quello che potrebbe essere, l’antichità lo nega, attraverso l’idea sublime di fato. «Fata cursum irrevocabilem ingressa ex destinato fluunt. Il destino, imboccata una via che non ammette ritorno, scorre secondo un disegno prestabilito» (Seneca, Naturales quaestiones, 2, 35, 2.).
Destinare significa mettere insieme; è il gesto di chi lega tra di loro le travi della zattera, atte così ad affrontare il viaggio, come fa Ulisse quando, all’inizio del suo ritorno definitivo, s’allontana da Calipso. Destinare è originato da stare, è mettersi davanti alle cose, accettandole. La necessità, come devozione a quanto è dato dall’alto, domina la vita. Per Omero, le Parche, che tessono il filo del destino individuale, e la morte coincidono (Odissea, inizio del I libro). Moirai, cioè destino. In questo modo si esprime la coincidenza assoluta tra la realtà e il destino. Come il futuro è necessità della storia, il destino è la realtà. Restare sospesi all’ignoto e stare davanti alla decisione degli dèi, svolgendola come si svolge il filo del fuso, sviluppando quello che già contiene, è l’avventura del ritorno cosmico dell’uomo.
Virgilio, il cantore della fides, della pietas e del fatum, nel VI canto dell’Eneide ha sintetizzato il senso e la totalità del destino attraverso le parole con cui la Sibilla rimprovera a Palinuro l’azione assurda di supplicare il fato e gli dèi per piegare il loro decreto. «Desine fata deum flecti sperare precando. Smetti di sperare che la tua preghiera possa smuovere il destino stabilito dagli dèi». Tali parole non riguardano solo il passato ma anche il futuro. Il proprio corpo morto, che Palinuro chiede invano di trovare per il rito funebre, ci lega d’improvviso alla più straordinaria delle idee cristiane sul dopo, quella della resurrezione della carne, nell’ultimo giorno. «Poiché Dio ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (Atti, 17, 31). Il discorso di San Paolo all’Areopago muove alla derisione e allo scherno gli Ateniesi perché, sulla concezione della divinità e di conseguenza del destino, è sacro rimanere attaccati all’ignoto e alla morte.
All’inizio del Trecento, Dante discute il verso virgiliano nel VI canto del Purgatorio. Il dogma della comunione dei santi – per il quale chiediamo un intervento ai santi e ai morti nella nostra vita, e preghiamo per la loro salvezza – impedisce al poeta cristiano di accettare l’impossibilità di modificare il decreto degli dèi. Dante ne tratta ancora con passione nel canto XX del Paradiso, quando spiega come avviene che Dio si faccia vincere dalla sua creatura: «Regnum coelorum violenza pate / da caldo amore e da viva speranza, / che vince la divina volontate; / non a guisa che l’omo a l’om sobranza, / ma vince lei perché vuol esser vinta, / e, vinta, vince con sua beninanza». Piegare la volontà di Dio, che desidera farsi piegare. Il caldo amore e la viva speranza dell’uomo vincono Dio: il cielo è dei violenti («Regnum caelorum vim patitur et violenti rapiunt illud», Vulgata, Matteo, 11, 12. Pessime, perché fuorvianti e lontane dalla tradizione, le versioni invalse in anni recenti e in tutte le lingue: perché?). Ecco una novità che davvero può cambiare il senso della storia. Messa a confronto con l’impossibilità antica di modificare il corso stabilito, per garantire il legame tra la volontà divina e l’esperienza dell’uomo, che cosa ha voluto significare, dunque, l’affermazione di Gesù che «Il cielo è dei violenti»?

La volontà umana e quella di Dio
La Arendt chiama a testimonianza del passaggio avvenuto tra la concezione antica e quella cristiana nientemeno che Thomas Hobbes, che scrive: «Dopo qualche secolo, i dottori della Chiesa Romana cominciarono a esimere la volontà dell’uomo dal dominio della volontà divina; e introdussero una dottrina, secondo la quale la volontà dell’uomo è libera, determinata dalla forza della volontà stessa». Vincere quanto stabilito dalla volontà di Dio non mette in scacco contemporaneamente sia la grandezza dell’uomo (grande perché le sue leggi sono stabilite dall’eterno) che la potenza di Dio? Che cosa permette di avere un destino, perciò un’appartenenza all’infinitamente grande, e al tempo stesso un futuro non fatale? Perché il cristianesimo fa vincere dalla volontà dell’uomo addirittura la volontà di Dio, che vuole essere vinta dalla sua creatura, permettendogli così di avere un futuro e una realtà data?
A queste domande la sapienza dell’uomo ereditata dagli antichi risponderà, come è già stato fatto, nel corso dei tempi storici. Il cristianesimo apparirà così come l’approfondimento, appena iniziato, di una manifestazione originale che tutto precede, rispetto alla quale le tante teorie cercheranno una logica. Anzitutto, però, occorre fissare il punto originale, responsabile dell’inaudito cambiamento: un fatto diverso, una disuguaglianza insolita. Agli occhi realisti di chi ha seguito Gesù si è parata innanzi un’impossibilità logica. Al fato, secondo il quale tutto ciò che è o che sarà doveva essere (Gilbert Ryle), si è accompagnato, scompaginandolo, un caso. La capacità della ragione e della scienza di prevedere, svolgendo le dinamiche del potenziale, è stata superata da un imprevisto. Un fattore che eccede completamente la prevedibilità si è imposto all’attenzione della realtà. Alla religione e alla morale è subentrato un avvenimento, alla legge un uomo.
Nel cristianesimo «il criterio religioso è una persona. Le virtù religiose non sono la somma di atti etici, ma le qualità del santo» (Nicolás Gómez Dávila). La sapienza e la logica fondate sul prevedibile fanno i conti con un uomo impensabile. Esso è un elemento della natura, un uomo, che è parte della realtà e che è, di per sé, mistero. La realtà, il dato, è l’assoluto e, in essa, nasce qualcosa che la eccede. Il cristianesimo, introducendo nella realtà l’idea di avvenimento, nel fatto di Gesù di Nazareth, rende pensabile la novità. Perciò anche una continuità nella quale sia presente l’io. Decisiva, a questo proposito, è anche la permanenza dell’avvenimento, che si esprime letteralmente nello scarto rispetto alla molla, nella follia del cambiamento. Il cielo è dei violenti perché non si richiude dopo la scomparsa di Gesù, perché Gesù non scompare. Il futuro come destino diviene possibile quando nella storia si introduce un elemento reale, che non consiste nella mera continuazione del passato. La forza che violenta il cielo non è la logica del pensiero o la coerenza morale, ma l’accettazione di un caso diverso dal prevedibile.

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose»
Nel romanzo di Graham Greene Fine di una storia, Sara Miles, sensuale fedifraga, ottiene, con la preghiera a un Dio che la tormenta, il cambiamento della storia. Il suo amante risorge quando lei forza il cielo attraverso il voto di una rinuncia. Il cambiamento di sé è il cambiamento della storia. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Apocalisse, 21, 5). La giustizia è la misericordia che rinnova la storia, modificando anche il dato crudele del male compiuto e subìto. Alla grandezza antica, che chiede di non modificare la volontà di Dio, risponde la possibilità che la creatura ha di modificare il destino proprio e altrui. In una delle pagine più cristiane della letteratura, nel capitolo XXXV dei Promessi sposi, Renzo è invitato a mutare il destino di don Rodrigo morente con queste parole: «”Tu vedi!” disse il frate, con voce bassa e grave. “Può esser gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto. Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola preghiera, alla preghiera d’un cuore afflitto e rassegnato. Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione…d’amore!”».
Il cielo è dei violenti. Il destino si può amare e l’amicizia diventa amore al destino dell’altro. La virtù più umana di tutte le virtù cristiane riguarda proprio il destino e il futuro: la speranza è “grazia divina”, un caso, e “precedente merto”, la semplicità d’adesione al dato. Il dato è amabile, adorabile (com’era già nella grandezza antica). Il dopo diventa pensabile, possibile, quando non è lo scatto di un automatismo logico, ma è una logica di semplicità che aderisce (mysterium simplicitatis). Il mistero è, nel cristianesimo, ancora più incondizionato, perché esteso a ciascun inizio contingente. L’avvenimento ha fatto comprendere che anche la dipendenza, l’appartenenza, è una realtà quotidiana. Diventa possibile anche la libertà, non solo come potere e determinazione di chi ha la condizione di uomo libero, ma anche come coscienza e cambiamento. Agli uomini che testimoniano nella storia la continuità di questo cambiamento impensabile è affidata, così, anche la nostra speranza.

Poi fu il relativismo
Così, la “saggezza greca e il paradosso cristiano” (Charles Moeller) hanno fondato e disputato l’idea di destino come relazione tra il contingente e la volontà divina. Su tali fondamenti, il nesso tra le leggi di natura (necessità), il volere di Dio e il futuro (come libertà) è stato anche sviluppato in innumerevoli idee che hanno segnato, e anche solo sporcato il mondo, dalla teoria storicistica di progresso, a quella rivoluzionaria, da quelle che hanno oscillato tra meccanicismo e anarchia, sino al neopaganesimo irrazionale e al gaio nichilismo. Spesso tali teorie sono apparse come semplicistiche variazioni sul tema del destino antico e cristiano.
Il futuro è libertà e assoluta necessità nello storicismo hegeliano. Dio (in cui è totale libertà) si è fatto storia (necessità), è divenuto Stato. Ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale. Rovesciando, invece, la radice della giustizia antica, nella rivoluzione si è trattato di negare il dato per affermare il nuovo. La natura è modificabile e il male è un’imperfezione che si può vincere. Così, il cambiamento delle leggi di natura impone al destino la novità della liberazione dal male, nelle moderne utopie rivoluzionarie. Il marxismo (l’orizzonte di tutto il pensiero contemporaneo, secondo Sartre) esalta l’illusione per prevalere sulla storia (Furet). La psicologia nega la tragedia e la libertà, attraverso l’idea volgare di carattere. La necessità prevale nel pensiero moderno sulla libertà, ma anche sulla tragedia. L’influenza delle stelle e l’oroscopo affermano un destino da gazzetta, negandolo mentre lo descrivono, chiedendoci di adeguarci, poi, ma a che cosa? Il relativismo tecnocratico adatta l’esistente (regola la morte) e pensa ai vecchi pensionati. Sembra che il destino di noi moderni debba spesso rinchiudersi nelle immagini della fantasia di Anthony Burgess, come quelle del notevole romanzo Il seme inquieto, dove il marchio del futuro è la vittoria di Pelagio su Sant’Agostino.
Oggi, che persino il sesso impone al destino la sterilità e la lobby dei geografi ti suggerisce quanto sia meglio la scomparsa dell’uomo, quanto a me, per il dopo, domando scusa se attingo le idee dalla Tradizione e, come il vecchio di The Violent Bear it Away (Il cielo è dei violenti) di Flannery O’Connor, chiedo di poter avere il corpo e la preghiera di qualcuno per il miracolo della resurrezione.   

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