Il Cinese va alla guerra. Della disinformacja

Di Da Rold Gianluigi
14 Febbraio 2002
La via della seta (sindacale) alla politica della “mobilitazione generale”. Dalla poesia di Caproni, alla prosa della strategia antigovernativa. Ma perché in Italia 4 milioni di lavoratori finiscono nel sommerso? Perché, come accusa il segretario Cisl Savino Pezzotta, “Cofferati si chiude nella cittadella dei garantiti e non vuol fare i conti con la realtà”? Perché va contro gli interessi dei lavoratori e trasforma il sindacato (a maggioranza di iscritti pensionati) in un partito? Il teatrino degli scioperi e la lotta reale (per le riforme, il lavoro e il welfare mix). Colloquio con l’economista Renato Brunetta di Gianluigi Da Rold

Il noioso regista Nanni Moretti dà in smanie, come dicono a Milano, e interviene nel “dibattito politico”. Sergio Cofferati ha il tono sempre più severo, barbuto e impettito come è, dei personaggi fotografati nelle vecchie sezioni periferiche del Pci, “quelli che non mollano”. Un po’ tutti, soprattutto a sinistra, ma anche al centro e qualcuno a destra, sembrano aver dimenticato ciò che occorre a questo Paese per uscire dal groviglio dei problemi irrisolti. Poche cose in fondo, ma decisive sulla strada della modernizzazione, di una società più aperta e magari anche liberaldemocratica. Poche cose da affrontare con buona volontà e realismo, che sarebbero anche in grado di stabilire quel teorico asse bipartisan tanto invocato da più parti.

Dalla burocracja alla disinformacja

Il primo problema è quello del lavoro. L’europarlamentare di Forza Italia, Renato Brunetta, spiega pacatamente: «Abbiamo la stessa popolazione della Gran Bretagna e circa lo stesso prodotto interno lordo. Nessuno, soprattutto Cofferati, si chiede perché in Gran Bretagna ci sono 25 milioni di lavoratori occupati e in Italia ne mancano all’appello 4 milioni? Siamo il Paese con meno occupati ufficiali in Europa, perché 4 milioni finiscono inevitabilmente nel sommerso». Brunetta con pazienza continua: «L’Italia, sul problema del lavoro, è divergente in molti punti rispetto all’Europa. È l’unico paese che ha il “reintegro”. Il licenziamento per “giusta causa”, anche per la carta di Nizza, nessuno in Italia lo mette in discussione. Siamo il Paese che ha un peso, un macigno: arriva al 33 per cento nel costo degli oneri sociali. Nello stesso tempo si profila la precarietà per il finanziamento delle pensioni. Vogliamo affrontare questo problema con realismo e pacatamente. L’elenco delle divergenze italiane è lungo e lo sanno tutti, soprattutto Cofferati, che ha una lunga militanza di riformismo sindacale nella Cgil». E allora perché Cofferati minaccia lo sciopero generale? «Sta facendo dell’autentica “disinformazione” e si dimostra segretario di un sindacato “cinghia di trasmissione” di un partito e di un disegno politico, che mira ad abbattere il governo. Perché un sindacalista serio si metterebbe a trattare, soprattutto dopo la proposta del governo che vuole una “sospensione del reintegro”. Cofferati, paradossalmente non fa neppure l’interesse del suo sindacato, pur pieno di pensionati. Sembra che minacci lo sciopero in concomitanza con la riunione di Barcellona. Dio lo voglia! Almeno tutta Europa si renderà conto di pensarla allo stesso modo, con l’eccezione del comunista italiano Sergio Cofferati». Brunetta, naturalmente, si augura lo sciopero generale sconsolato, perchè comprende che l’azione di pressione sindacale guidata dalla Cgil non fa certo l’interesse dei lavoratori e dell’Italia. Rinviando ancora la soluzione della liberalizzazione del mercato del lavoro che è il primo passo per levare l’Italia dagli ultimi posti della classifica europea della disoccupazione.

Non profit, bella scoperta

Il secondo problema è la riforma del Welfare State. Ci sono volute più di un milione di firme, raccolte dalla Compagnia delle Opere, per introdurre il principio di sussidiarietà nella Costituzione. Realizzarlo, significa gettare le basi per una riforma del vecchio Welfare, ormai insopportabile per la pressione fiscale, per i costi e per la qualità dei servizi. Tutti i paesi democratici occidentali, soprattutto gli anglosassoni per antonomasia più avanzati, hanno “scoperto” il non-profit, le antiche opere italiane, di fatto, che da privati, con l’obbligo di non suddividersi gli utili realizzati, hanno risposto a bisogni di pubblica utilità. Negli Stati Uniti, ormai, il non-profit costituisce il 13 per cento del prodotto interno lordo. Si espande in Gran Bretagna, in Olanda, ovunque in Europa, coprendo settori diversi, dall’educazione scolastica al mercato del lavoro, dalla sanità all’assistenza. Un lungo elenco che, invece, in Italia non riesce a decollare, perchè ancora manca una normativa adeguata e occorrono raffinati rilevamenti statistici per definire quella che è la grande area del cosiddetto terzo settore. Quando, finalmente, nel Dpef del governo Berlusconi viene riconosciuto il valore del non-profit, si pensa che, in breve tempo, si arrivi a una normativa giuridica precisa dell’impresa sociale. Intorno a una proposta di legge, ovviamente trattabile, si costituisce un consenso trasversale che va da Confindustria a settori consistenti del centrosinistra. Ma, contemporaneamente, si risvegliano gli integralisti del “volontariato buono”, i tutori intransigenti del “pubblico come statale”, gli alfieri di altri interessi più particolari. E bisogna aspettare, mentre il vecchio Welfare State fa acqua da tutte le parti e attende la riforma di un Welfare mix, fatto di pubblico, privato e privato di pubblica utilità (impresa sociale) che potrebbe veramente mettere l’Italia al passo con l’Europa.

Per diventare bipartisan (senza passare per incompetenti)

Terzo problema, il federalismo e la devolution. L’aspirazione di tutti dovrebbe essere l’obiettivo del bene comune. Nella riforma dello Stato e del potere, il punto d’arrivo è costituito da una partecipazione democratica e decisionale più ramificata, da una burocrazia non più soffocante, dalla rappresentazione reale delle diversità e delle originalità italiane. Ma un conto è questo obiettivo, un altro è la confusione delle competenze tra i livelli istituzionali, il localismo che si trasforma in neostatalismo sul territorio, la difesa di una zona come nuovo feudo politico. Tre problemi da affrontare con volontà politica sgombra da presunzioni ideologiche. Una volta risolti questi problemi, potremmo anche diventare tutti bipartisan.

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