Il clan dei poesti lattonieri

Di Muca Clirim
14 Dicembre 2006

Dicevano gli antichi greci che ogni uomo nella sua vita ha da realizzare quattro compiti: costruire una casa, avere un figlio, scrivere un libro, piantare un albero di ulivo. Çlirim Muça ha una casa, due figli, una decina di pubblicazioni all’attivo, ma gli manca un terreno dove far allignare la pianta. «Forse un giorno mi comprerò un po’ di terra in Toscana, mi farò contadino e pianterò il mio albero. Per ora, posso dire che ogni mia poesia si è radicata nel terreno come un ulivo».
Quando diverrà agricoltore, Çlirim potrà aggiungere alla lista dei suoi mestieri anche quello di artigiano della terra. Finora è stato lavapiatti, aiuto cuoco, pizzaiolo, cameriere, manovale, imbianchino, fattorino, ha pulito strade di periferia e uffici del centro, ha allestito stand in varie fiere, è diventato impiegato di una multinazionale. Mentre sbrigava tutte queste faccende Çlirim è sempre stato poeta e, quindi, editore «perché non è possibile che in Italia una casa editrice per accettare le tue opere ti chieda dei soldi». La casa editrice che ti pubblica senza spennarti, l’ha messa in piedi lui. Forse non sapeva che era impossibile, così l’ha fondata.
Poiché non era concepibile che l’unico albanese giunto in Italia via terra e non via mare si sognasse di diventare editore, e poiché era stravagante poter anche solo immaginare di investire soldi in libri quando non si aveva neanche la moneta per comprare il pane, Çlirim ha imbiancato muri e spostato mobili per due anni, ogni maledetto sabato e ogni benedetta domenica. Col gruzzolo dei risparmi ha dato vita ad Albalibri, diventando editore di se stesso e poi di un circolo di poeti e scrittori che, tra un ditirambo e una terzina, servono ai tavoli e posano piastrelle e tegole su pavimenti e tetti. «A gennaio presento alla libreria Rizzoli un poeta olandese eccezionale, Ruben Van Gogh. Verrà anche il console dei Paesi Bassi, un grande evento». Finora il gruzzolo, con qualche rimpolpo, è bastato, «ma che ci posso fare? Non bevo, non fumo, non vado a donne». Gli è capitato l’esoso vizio della rima.
A 25 anni uscì di casa con gli unici vestiti che aveva addosso, pane, formaggio e una borraccia d’acqua. Disse che andava da amici e giunse a Salonicco, quindi percorse tutti i Balcani a bordo di pullman e treni, fino all’Italia. Quindici giorni di viaggio, dieci chili di peso sperperati nel tragitto. Cinque anni di clandestinità, tredici diversi lavori. Ha dormito sui treni della stazione Centrale di Milano, ha mangiato alle mense dei poveri, si è lavato con l’acqua dei frati. Avendo, come si vede, tempo da perdere, Çlirim ha divorato libri come un cannibale. Soprattutto letture religiose, perché aveva sete e fame di Dio, quel Dio che il suo Stato aveva abolito, suo padre negava, sua madre gli sussurrava nelle orecchie la sera, sotto forma di stentate preghiere vietate dal regime.
Dopo il mese trascorso sulle carrozze dei treni ha trovato casa, o qualcosa di simile: una baracca di cantiere, periferia di Sesto San Giovanni. Poi, piano piano, si è sistemato e adesso è sposato con un’italiana, fa l’impiegato, si sente «fortunato». Gira sempre con una matita e un foglietto di carta in tasca. «Le poesie più belle nascono in tram».
[eb]

Se a Milano non ci fosse l’abitudine di camminare veloci e con lo sguardo a terra, la gente s’accorgerebbe delle bellezze della città. Certi palazzi e chiese, per esempio, con le loro facciate, fanno parte del patrimonio culturale dell’Italia. Quelli che non s’accorgono delle facciate, come faranno a notare i tetti e gli uomini che li abitano? Se fossero curiosi, scoprirebbero che quei due lattonieri che stanno finendo la copertura sono albanesi. Artur e Durim hanno tre lauree. “Non serve la laurea per fare il lattoniere” dirà qualcuno. Sì, infatti, non serve. Però aiuta. Artur e Durim sono laureati in Agronomia a Tirana e Durim ha avuto la seconda laurea in Giurisprudenza. Con ottimi voti. Quando furono scelti per studiare alla facoltà di Agronomia, lo Stato aveva pianificato le loro carriere. Il paese era pieno di cooperative e aziende agricole dove occuparli. Quattro anni dopo, quando avevano terminato gli studi, non c’erano più né cooperative, né aziende agricole. Non c’era più nemmeno lo Stato. Molti dei loro amici erano scappati all’estero e anche loro intrapresero quella strada. In gommone naturalmente, sul primo che capitava. E poi al lavoro, il primo che capitava. Fu così che diventarono lattonieri.
La chiamano la “squadra degli albanesi”. Insieme con altri connazionali, hanno dato vita a una società di costruzioni: la Mega srl. L’anno scorso hanno fatturato più di un milione di euro. Hanno fatto il tetto di Assolombarda e di altri palazzi, e scuole e asili nido. Nel centro della fiera di Rho c’è una grande e suggestiva palla rivestita di alluminio; l’hanno finita loro. Si dirà che si tratta di una semplice palla. Vero. Ma se non si conoscono le leggi della fisica, il freddo d’inverno e il caldo d’estate che agiscono sui materiali, la palla rischia di diventare quadrata.

Il talento di Astrit
Astrit è un giovane di ventiquattro anni, iscritto alla facoltà di Filosofia all’università Statale di Milano. In realtà ha finito gli studi da più di un anno, deve solo dare l’esame di laurea. La tesi l’ha pronta da mesi, solo che facendo quest’ultimo passo finirebbe gli studi e. dovrebbe tornare in Albania. Allora la tesi rimane chiusa in un cassetto, pronta a uscire al momento opportuno. Così facendo, Astrit continua a ottenere il permesso di soggiorno e a stare con la sua famiglia a Cologno Monzese, alle porte di Milano. Li ha raggiunti in Italia con un permesso di studio, dopo aver compiuto i diciotto anni. E mentre passano i mesi, Astrit fa il cameriere. Poi traduce, perché sa cinque lingue; è una mente versatile. Ha tradotto Jorge Luis Borges in albanese, Frederik Rreshpja in italiano. Ha pubblicato un libro di poesie, in italiano e albanese, Uniqueness, con la casa editrice Albalibri. In una scrive: «Lungo e felice vero fiume/ lascia che io corra in te/ Sii spalla di questo cieco/ o sorella Lingua/ che balla, idioma che morde/ anima in canto// Musa che ferisce con la spada azzurra/ mia seconda musa// Mazzo di violette arancio,/ calda rosa, sogno/ gravido di sole». Astrit Cani è un grande talento letterario. Un profondo poeta e un critico d’arte di successo, molto conosciuto nel suo paese natale, dove scrive su quotidiani e settimanali. Quest’estate ha avuto delle proposte di lavoro a Tirana: una cattedra come professore alla facoltà di Filosofia, e anche un impiego da redattore in una rivista. Era titubante. «Se accettassi perderei la mia indipendenza. In Albania o fai parte del sistema o ti gettano fuori, senza pietà. Preferisco fare lo studente fino alla fine, scrivere quello che voglio e fare il cameriere».
La vera poesia è come il tartufo bianco: molti ne hanno sentito parlare, ma pochi lo hanno assaggiato. Se qualcuno dei lettori vuole scoprire questo grande talento basta che vada alla libreria Rizzoli in Galleria al Duomo, nel cuore di Milano, o alla libreria Archivi del Novecento dove può trovare il suo volume. Allora è più diffusa – la vera poesia – del tartufo bianco, dirà qualcuno; perché quello si trova solo in provincia di Cuneo. Questa invece te la può offrire anche un cameriere.

Ali e la sua famiglia cristiana
Nessuno sa il posto dove chiuderà gli occhi un giorno, per sempre. Si sa dove si è nati, mai dove si muore. Quando t’innamori di un paese, t’appaga l’idea di dover concludere il tuo proprio destino attorniato da persone care e da una natura che ami. Quante volte dalla casa di Ali a Morsasco, vicino alla città di Acqui Terme in Piemonte, ho visto il paesaggio che lui adora e che mi descrive con amore: «Là davanti c’è la vigna dove ho lavorato quest’estate. Dietro a quella collina a sinistra c’è la cantina dove fatico d’inverno. Vedi quel muro di pietra, vicino a quella casa? L’ho costruito io, tutto in pietra viva, come si usa da queste parti. Mentre quel ciliegio, che da qui sembra un semplice alberello, è un vecchio albero, che ha ispirato il titolo del mio libro di poesie. “La pioggia d’estate/ mi bagna le tegole dell’anima,/ portando via la polvere dell’oblio,/ la pioggia d’estate.// Tac, tac. /con gocce pesanti,/ tac, tac. /Bussa in me la vita,/ nuda/ svestita”».
Ha una bella famiglia Ali. La moglie Natasha e tre figli. La grande studia giurisprudenza, la seconda vuole studiare lettere per seguire le orme del padre, il grande lirico di Lushnje. Mentre il piccolo ha solo dieci anni ed è ancora presto perché decida del futuro. Con sacrifici si è pagato la casa, ma non parla di quella. Parla dei nuovi libri aggiunti nella sua vasta libreria dove hanno il loro posto tutti i grandi autori della letteratura. Una bella libreria era il suo sogno sotto la dittatura, è il suo vanto oggi.
A Morsasco c’è stata una domenica speciale, una domenica in cui tutta la comunità si era riversata in chiesa. E Ali c’era. Doveva esserci per forza. Che ci faceva uno che si chiama Ali in una chiesa cristiana? Insieme a lui e sua moglie, quella mattina c’erano anche molti suoi connazionali, tutti vestiti a festa, perché i figli di Ali quella mattina si battezzavano cristiani. Non era un convertirsi da una religione all’altra, ma un abbraccio. «Sono stati liberi di scegliere il loro credo, mai costretti. Siamo cresciuti atei, anche quella è una religione. L’ateismo era la religione del comunismo. Per me sarebbe un convertirmi dalla religione del comunismo a un altro credo, ma non per i miei figli. Loro sono felici nel Cristo e io sono felice con loro». Racconta del cambio delle stagioni, della neve a Morsasco, della primavera che gli bussa sul vetro. Vive nella natura Ali, senza pentimenti, come un vero contadino, come i grandi poeti del passato.

Dom, il calzolaio dei ricchi
Per Dom i suoi clienti sono «affezionatissimi». Ricchi, borghesi, professionisti di grido. Originari di Brescia e provincia. Clienti facoltosi che si possono permettere di spendere 800 euro per un paio di scarpe cucite con le sue abili mani. Pazienti nell’attesa, perché occorre attendere molto tempo. Dom è arrivato in gommone, come quasi tutti. Oggi è titolare della Alba Calzature srl, con negozio in centro città a Brescia. «In Albania facevo il calzolaio e, una volta in Italia, ho proseguito. Prima presso un artigiano del posto e poi da solo, aprendo una bottega tutta mia. I clienti mi hanno seguito. Sapevano chi faceva le loro belle scarpe». Se fate notare a Dom che i prezzi sono esorbitanti vi risponderà che «non è vero, assolutamente. Costano molto meno delle Tod’s, prodotte all’estero a basso costo e vendute in Italia a caro prezzo. Le mie scarpe sono fatte a mano, con i migliori materiali, come non si usa più. Siamo in pochi al mondo a fare questo mestiere come si faceva una volta». Sono rimasti solo gli albanesi a fare il made in Italy.

Avni, il poeta operaio
Bresso è una cittadina alle porte di Milano. Le porte della Milano moderna non esistono, si lasciano immaginare. Oggi le porte di Milano sono le periferie, i quartieri dormitorio. Bresso è una città di queste e nella sua periferia c’è ancora qualche fabbrica. è in una di quelle che lavora Avni, il poeta operaio. Avni è un albanese venuto in Italia da molti anni, ormai. Prima di provare la vita da immigrato, ha vissuto quella vita in Grecia. è in Grecia che ha imparato a fare il verniciatore, il suo mestiere attuale. Come lui ci sono una decina di altri operai, Avni è il responsabile. In Albania era bibliotecario e drammaturgo. Ma a Cerme era conosciuto soprattutto come poeta. I suoi versi sono di una bellezza struggente. «Le mie mani/ sanno fare ogni cosa./ Le mie mani sono diventate meccaniche,/ sempre in movimento nell’arco della giornata./ Sanno fare tutto in questa terra straniera./ Solo una cosa non sanno più,/ che hanno dimenticato da tempo:/ accarezzare,/ le mie mani».
Ecco una poesia che lo rappresenta, presa dal suo libro Il nido del cuore, pubblicato da Albalibri, tutte col testo in albanese a fronte. Racconta la vita del poeta clandestino che assomiglia a una nave in tempesta, staccata dal molo, rotte le cime, con le onde che la scuotono senza pietà. Sogna di tornare nella terra natìa e quando va al Parco nord le domeniche di sole si riempie di nostalgia, perché ricorda i campi e i boschi del suo paese. Ora quel sogno si sta avverando: presto la sua fabbrica si espanderà, aprirà una filiale a Tirana e andrà a dirigerla. Poiché si tratta di processi delicati, organizzeranno la specializzazione degli operai albanesi in Italia e poi li faranno partire. Molti dei fanali delle nostre macchine e dei caschi che ci salvano la vita sono stati verniciati dalle sue mani. Ma la meraviglia delle meraviglie sono le sue poesie, prodotto della sua anima.

Il flauto magico di Ledina
La si può incontrare a Milano, a suonare per degli amici poeti: accompagna i loro componimenti con il flauto traverso. Alla libreria Rizzoli in Duomo suona ogni primo venerdì del mese alle 19.00. Poesia e musica: un binomio che funziona. Gli ascoltatori, infatti, apprezzano. Vanno ad ascoltare le rime e sono deliziati dalle note. Ledina Cobani, insieme ai suoi amici poeti, è andata a suonare nelle librerie e nei centri culturali di mezza Italia. Ha studiato musica fin da piccola, prima in Albania e poi in Italia. Non vuole tornare a Tirana, suo paese natale, perché «in Albania l’arte e la cultura sono abbandonate a se stesse. Non ci sono più soldi neanche per l’orchestra di Stato. A Milano riesco a vivere insegnando flauto e solfeggio con delle lezioni private, in Albania oggi non saprei come fare. Forse un giorno.».

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