Il colore del crimine

Di Simone Fortunato
27 Luglio 2006
In un sobborgo del New Jersey il rapimento di un bambino genera forti tensioni razziali.

“Il colore del crimine”, ovvero come realizzare un pessimo thriller, sbagliando le regole fondamentali. E sì che il film parte abbastanza bene, come una qualsiasi puntata di “C.S.I.”: una donna con le mani insanguinate arriva disperata al pronto soccorso di una piccola città del New Jersey. Le hanno rubato la macchina, così dice. Poi, dopo un discreto inizio, le prime avvisaglie del collasso: il rude protagonista (Samuel L. Jackson in versione Shaft il detective) impazzisce letteralmente quando scopre che anche un bambino è stato portato via con la macchina. Strepita e urla come se fosse lui la vittima. Ha pure un attacco d’asma. E non torna in sé nemmeno quando si porta la donna sul luogo del delitto, mentre la città è intrappolata nella sommossa del ghetto nero: dimenticandosi di fare interrogatori e raccogliere indizi, si fa una passeggiata nei boschi nell’attesa che alla donna torni la memoria. E al diavolo l’indagine classica. È un grosso pasticcio “Il colore del crimine”, innanzitutto perché non ha ritmo, è verboso, l’isteria della Moore è insopportabile da subito e il finale, dopo un estenuante monologo della protagonista, è telefonato. Ma anche perché mette insieme elementi, mai problematizzati, che si mescolano male: tensioni razziali, la polizia bianca fascista, le pie donne del Comitato salva bambini.
di J. Roth, con S. L. Jackson, J. Moore

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