IL COMPAGNO JACQUES

Di Bottarelli Mauro
07 Aprile 2005

La scorsa settimana Jacques Chirac ha avvertito l’intero continente del fatto che «l’ultraliberismo è il comunismo della nostra epoca». Per ultraliberismo Chirac intende quell’insieme di economie di mercato che hanno reso gli Stati Uniti la più forte economia del mondo, hanno tolto la Gran Bretagna dalle secche di un declino economico lungo 40 anni e hanno portato prosperità e benessere a decine di nazioni, dalla Nuova Zelanda a Singapore. Nulla che stupisca: l’Eliseo infatti è da tempo nel panico perché vede Estonia, Polonia, Repubblica Ceca e tutti i nuovi membri dell’Unione bussare con forza al cancello della fortezza con tassi competitivi per gli investitori e condizioni favorevoli per chi vuole rischiare. Per Chirac e il suo sodale tedesco la risposta è il “modello sociale europeo”, un eufemismo per descrivere economie sclerotizzate e leggi sulla regolamentazione del lavoro capaci solo di distruggere occupazione: i servizi offerti a minor costo da Paesi competitivi sono definiti “dumping sociale”. Per gente di questo genere le vere minacce alla prosperità europea non sono giganti come Cina e India ma pigmei come i nuovi stati membri dell’Est. Oggi come oggi i servizi rappresentano il 70% dell’occupazione europea e i 4/5 dei nuovi posti di lavoro creati: il futuro stesso dell’Ue dipende quindi dalla dinamicità del settore dei servizi. Il problema è che avendo evitato per cinquanta anni la competizione vivendo all’ombra dello statalismo e del monetarismo, oggi Francia e Germania stanno giocando una pericolosa partita che potrebbe portare nelle secche l’intera Europa. Come valutare altrimenti il fatto che la direttiva europea sui servizi, nello spazio di quattordici mesi, sia stata annacquata attraverso ventitrè (23!!) interventi di modifica franco-tedeschi ma che per Chirac ancora questo non basti: la sua catastrofistica interpretazione della direttiva (essenzialmente incentrata sulla prospettiva di una concorrenza cross-borders che terrorizza Parigi) é legge. Purtroppo, mentre la pattuglia della Nuova Europa affida le proprie speranze al ruolo di frangiflutti liberista della Gran Bretagna, l’asse franco-tedesco può contare sulla collaborazione di paesi come la Svezia, il cui ministro del Commercio la scorsa settimana ha illuminato Bruxelles con le seguenti parole: «Un alto tasso di occupazione e buone condizioni di lavoro creano sicurezza tra la gente. Disoccupazione e condizioni di lavoro incerte creano insicurezza. La cooperazione europea, per questo, non deve essere utilizzata per dar vita a una guerra al ribasso salariale tra poveri». Stranamente però i dati economici pubblicati la scorsa settimana proprio dall’Ue parlano di alta pressione fiscale e protezionismo come principale fonte di disoccupazione di massa. I lavoratori, come quelli svedesi, potranno essere anche più felici sul lavoro, ma sono sempre di meno quelli che possono permettersi il lusso di lavorare. La Francia ha toccato il 10% di disoccupazione e la Germania è crollata a livelli che non si registravano dalle Repubblica di Weimar. Lunedì scorso, poi, il più importante sindacato svedese – la Landsorganisationen, LO – ha ammesso che il dato del 5,5% di disoccupazione comunicato dal governo potrebbe nascondere in effetti un dato reale che potrebbe attestarsi attorno al 20%, comprendente i percettori di lungo termine di stipendi al minimo salariale e coloro i quali hanno scelto di ritirarsi anzitempo dal mondo del lavoro per andare in pensione. Alla faccia del “modello sociale europeo”.
Mauro Bottarelli

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