Il coraggio di Nooria di essere libera
Nooria ha 12 anni, gli occhi neri come la pece e accesi come tizzoni ardenti. è contenta, perché da qualche giorno per lei sono iniziate le vacanze estive: da oggi per lei sarà gioco e svago, per quel che è permesso in un povero villaggio afghano come quello di Mandrawar, in cui vive con la sua famiglia a 100 chilometri da Kabul. Ma a renderla felice non c’è solo la libertà estiva, bensì la certezza che con l’arrivo dell’autunno potrà tornare a scuola per studiare. Per crescere. Per diventare una donna in grado di prendere in mano la vita senza che qualcun altro si arroghi il diritto di farlo per lei, come è accaduto per generazioni intere di donne afghane. I talebani hanno cercato di dar fuoco alla sua scuola nel mese di febbraio, una scuola femminile che per le ultime batterie del regime fondamentalista rappresenta un affronto all’islam e al profeta. Una sera si sono presentati in una dozzina, mascherati e armati fino ai denti: hanno picchiato il guardiano notturno e hanno cosparso l’edificio di benzina appiccandovi il fuoco. Per prima cosa l’ufficio del preside, poi la biblioteca: si bruciano i libri, come i nazisti, loro predecessori in fatto di libertà.
Il loro scopo, però, non è stato raggiunto: le fiamme hanno danneggiato gravemente la struttura ma non lo spirito delle 650 alunne e delle loro famiglie che hanno lavorato sodo e rimesso in sesto la scuola. In autunno, torneranno qui. Come hanno fatto subito dopo l’attacco, a metà marzo, nonostante i talebani avessero lasciato in città biglietti d’avvertimento per insegnanti e alunne: chi torna a scuola, verrà mutilato. Naso e orecchie tagliate. Nessuno, però, si è spaventato: sotto un grande albero nel giardino della scuola, studenti e maestri hanno lanciato la loro sfida all’infame ricatto della cosiddetta “resistenza talebana”: noi non abbiamo paura di voi, non tornerete. Nooria, che da grande vuole diventare un’insegnante, ha la statura minuta della sua età ma la tempra morale di un gigante: «Non ho paura che mi taglino naso e orecchie. Io voglio continuare a studiare». Incapaci di vincere la battaglia sul campo, i talebani tornano alla vecchia e codarda strategia usata negli ultimi anni della presenza russa: attaccare le scuole per screditare il governo. «Queste persone vogliono dimostrare alla gente che il governo e la comunità internazionale non sono in grado di mantenere le promesse fatte», dice Ahmad Nader della Commissione indipendente per i diritti umani in Afghanistan. Già, perché nonostante le minacce i fatti parlano chiaro: in Afghanistan oggi sono aperte e operative 1350 scuole femminili oltre a 2900 istituti che accolgono classi per sole bambine nel pomeriggio (al mattino sono solo maschili). Più di un terzo dei 5 milioni di bambini afghani in età scolare sono di sesso femminile, contro lo 0 per cento dell’era talebana all’inizio del ’92.
Per questo gli attacchi: più di 300 in sei mesi, in base al report pubblicato da Human Rights Watch, 120 negli ultimi quattro mesi e 200 scuole costrette a chiudere per le minacce a insegnanti e alunni. Questa politica ha costretto 200mila bambini e bambine ad uscire forzatamente dal ciclo educativo: reinstaurare il buio dell’ignoranza e del terrore, questa la volontà degli “insorgenti” tanto cari a molta stampa progressista. Strappare le bambine dalle scuole e riprogrammarle come schiave, automi nascosti da un burqa e costretti a vivere una semi-vita all’ombra del potere e dell’ignoranza. Per questo oltre alle scuole femminili, i talebani attaccano quelle maschili utilizzando un altro pretesto, ovvero il presunto insegnamento al loro interno delle “materie occidentali”, inconciliabili con l’islam e la didattica delle madrasse, soprattutto precetti cristiani. Bugie, come sempre.
Ma per una Nooria che resiste ce ne sono altre che non ne hanno la forza. Ad esempio le bambine di Poriat, un villaggio di fango e polvere a 60 chilometri da Kabul, la cui scuola (una povera tenda) è stata bruciata completamente dai talebani: ora studiano sotto le piante, ma in tanti hanno paura e disertano le lezioni. Per il ministero dell’Educazione afghano, l’intento è chiaro: «Una volta che hanno distrutto l’unica possibilità che hanno i ragazzi per ricevere un’educazione, il loro scopo è ottenuto: per il 90 per cento di quei bambini non ci sono vie d’uscita, a parte quella di unirsi ai talebani».
Proteggiamoli dalla “resistenza”
Una logica mafiosa in piena regola. Mafiosa e assassina, visto che nel mese di aprile i valorosi resistenti non hanno pensato nemmeno un istante prima di sparare undici razzi contro la Salabagh School di Asadabad, nell’est del paese, uccidendo sei bambini e ferendone gravemente quattordici. Per Sam Zarifi, coautore del report di Human Rights Watch, «un grado di violenza, determinazione e ferocia come quello di questi ultimi sei mesi non si era mai registrato. Chi non viene colpito direttamente, viene intimidito: i talebani lasciano biglietti nelle moschee, nelle scuole e anche nelle case, minacciando di ritorsioni violente chiunque non abbandoni immediatamente la frequenza scolastica».
Mohammed Salam ha 12 anni, la stessa età di Nooria, ma la sfortuna di vivere a Poriat: sotto quella tenda bruciata dai talebani ci studiava, con profitto, anche lui. Ora si fa scudo dal sole sotto quella pianta che per tutti è diventata la scuola. Studia e spera. «è molto importante per tutti noi avere nuovamente un luogo in cui poter studiare, fosse anche la tenda che avevamo prima. Il prima possibile. Ci servono buoni insegnanti, ci serve un buon grado di sicurezza e buone lezioni per imparare. Solo così in futuro potrò fare qualcosa di utile e importante per il mio paese». Per fare in modo che questo possa accadere la Gran Bretagna ha inviato in Afghanistan nuovi elicotteri da combattimento e 900 soldati in più, mentre il ministro della Difesa statunitense, Donald Rumsfeld ha assicurato: «I talebani non vogliono che l’Afghanistan diventi una democrazia compiuta. Beh, falliranno e noi vinceremo, restando al fianco del popolo afghano fino a quando questo sarà necessario». L’Italia dell’Unione, invece, dopo essere scappata dall’Irak ora si divide anche sul “senso politico” della presenza in Afghanistan e opera distinguo per evitare di ammettere la realtà: ovvero che di Nooria, di Mohammed Salam e di tutti gli altri bambini di quel paese martoriato, non interessa proprio nulla. La guerra, a volte, non è solo necessaria ma anche benedetta: qualcuno l’ha capito e sfida le critiche, qualcun altro preferisce girarsi dall’altra parte e parlare di “insorgenti” e “resistenza”. La stessa che bombarda le scuole delle bimbe di 12 anni: ci vuole coraggio per farlo, ci vuole ipocrisia ideologica e una forte dose di malafede per negarlo. Ma non tutti hanno il coraggio di Nooria: «Non mi importa se mi strappano naso e orecchie. Io voglio tornare a scuola». E qualche fucile Usa può garantirglielo.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!