IL CORRIERE DELLA NOTTE ETERNA

Di Bottarelli Mauro
21 Aprile 2005

Per G.K. Chesterton «il giornalismo consiste soprattutto nel dire “Lord Jones è morto” a persone che non hanno mai saputo che Lord Jones era vivo». Senza scomodare aforismi così taglienti e impietosi, bisogna ammettere che negli ultimi tempi lo stato di salute della grande informazione nazionale non brilla per freschezza e dinamicità. Prova ne è la strana metamorfosi che sta subendo il più autorevole tra i quotidiani italiani, il Corriere della Sera, la cui lingua appare sempre più a penzoloni per la corsa a perdifiato nel tentativo di seminare Repubblica, ormai a una manciata di copie dall’aggancio.

Testa a testa Repubblica-Corriere
Dati alla mano il giornale fondato da Eugenio Scalfari è ormai a un passo dalla vetta delle vendite: nel febbraio di quest’anno la battaglia vedeva il quotidiano milanese attestato a 655 mila copie vendute contro le 606 mila della corazzata romana. Un niente, giornalisticamente parlando. Ma come spiegare il fatto che il Corriere, proprio in un momento di crisi, esca ormai quotidianamente dalla sua classica posa un po’ autorevolmente paludata per sposare la battaglia referendaria per il sì e riempire le pagine di cronaca con storie di gay, lesbiche, “alter famiglie possibili” e così via? Trattasi di cane che si morde la coda. O, se volete un paragone più elegante, un cortocircuito di causa ed effetto. Per dirla con la ministro Prestigiacomo, insomma, «cerchiamo di andare dietro ai temi che danno consenso». Ma siamo proprio sicuri che lo sfascio della famiglia naturale, l’attacco al padre non tanto come istituzione ma come figura, pannellismo e sartorismo aiutino la causa delle tirature? Mica tanto. Almeno se è vero, come dicono i numeri, che correndo dietro allo stile Repubblica il Corriere della Sera continua a perdere copie. Ne ha perse 70 mila in due anni dall’uscita di Ferruccio De Bortoli e l’ultima “gelata di marzo” ha fatto registrare un ulteriore 3,4 per cento in meno rispetto allo scorso anno, fino ad assestarsi sulle 650 mila copie. Mentre Repubblica rimane stabile a quota oltre 600 mila, che con promozioni e inserti sfondano però le 620 mila.
Quanto durerà Paolo Mieli?
Anche per questo si dice che Paolo Mieli sia andato decisamente volentieri da Silvio Berlusconi la scorsa settimana. Non è certo un mistero nazionale che il suo passaggio al vertice della Rai con il nuovo consiglio di amministrazione previsto a fine aprile (a meno che la crisi di governo in atto non sfoci in elezioni anticipate) vada bene a tutti. Accontenta l’Ulivo, perché porterebbe un direttore di garanzia ai vertici di viale Mazzini (anche se taluni paventano un possibile “effetto Lucia Annunziata”) e va bene alla Cdl che riconosce al numero uno di via Solferino intelligenza, professionalità e un profilo dichiaratamente atlantista. Va bene, soprattutto, dicono i bene informati, all’elefantiaca redazione di Via Solferino, un ministero dove oggi perfino il barricadero capo del sindacato Raffaele Fiengo non nasconde il proprio imbarazzo per una gestione politica che sembra aver fatto del cosiddetto “terzismo” una variante molto raffinata dell’opportunismo, tanto che perfino il concorrente Eugenio Scalfari si è meravigliato del fatto che «il Corriere terzista ora fa sponda (sottinteso con noi, ndr). Meglio tardi che mai». Oltre che per la ondivaga linea editoriale, la nuova direzione non entusiasma la truppe perché interpretata come una operazione di mera stretta finanziaria voluta dall’amministratore delegato Vincenzo Colao. Gli stipendi di Folli e Mieli erano le voci pesanti nel bilancio dell’editore. Di qui, a fronte del calo delle vendite, la soluzione interna, che se sin qui non è servita a invertire il trend, se non altro ha comportato almeno un taglio dei costi. Obiettivo sul quale Mieli per altro si sta muovendo con successo, visto che è riuscito a bloccare cinque giorni di sciopero già programmati dal Cdr e sta gestendo la redazione con spostamenti interni, risparmiando su corrispondenti e collaboratori e senza fare nuove assunzioni.

La crisi del Corriere in Lombardia
Fino a qualche anno fa Il Corriere della Sera vendeva un terzo delle sue copie in Lombardia, mentre la Repubblica basava (e basa ancora) la sua forza sulla maggior spalmatura dei suoi lettori a livello nazionale. Ora però il quotidiano di via Solferino vende nella sua regione un quarto del totale e, con in vista un ulteriore taglio delle pagine locali e di Metropoli, addirittura si vede rosicchiare la piazza lombarda da quotidiani come Il Giorno, molto forte sulla cronaca locale, che pare abbia drenato al Corriere qualcosa come 30 mila copie tra Monza e Brianza. E cittadino monzese è Giancarlo Perego, capocronaca del dorso di cronaca milanese, sezione sempre più apertamente anti-Formigoni e anti-Albertini; e che in barba al tanto declamato impegno (all’epoca di Folli) di sostenere una linea riformista, moderna, neoilluminista, fa da cassa di risonanza all’ecologismo ideologico e conservatore, minimalista ma organizzato e spettacolarizzato dai comici che fanno cassetta e presta il suo appoggio agli insegnanti stile Muccino che occupano la scuola in pigiama. Mentre per i non allineati, come il bravo Claudio Schirinzi, tira aria grama (Schirinzi è finito nel mirino perché, benché di sinistra, ha commesso l’errore di essere stato troppo generoso e leale con il berlusconiano Formigoni). Che ci sia qualche ruggine anche tra le gerarchie interne lo si è capito quando da Bruno Vespa a presentare i titoli della prima pagina del giorno seguente alle elezioni regionali la direzione ha inviato il responsabile delle cronache, quando in gerenza, tra i vicedirettori, c’è addirittura Luciano Fontana, uno degli ex uomini di Massimo D’Alema quando il presidente dei Ds era a Palazzo Chigi in veste di primo ministro.

Se il Corriere non torna alla Lombardia
Si capisce il panico che circola nella redazione di Via Solferino in vista del fatidico 14 luglio, giorno in cui è prevista la prima uscita del quotidiano in full color e con un nuovo formato (8 colonne, una in meno di quelle attuali), più “allungato” e ancora più broadsheet (quindi di più scomoda lettura) rispetto a quello di oggi. Un lascito di Cesare Romiti, dicono, che prima di perdere il controllo aveva voluto la rivoluzione e ordinato i fantascientifici macchinari a stampa che trasformeranno radicalmente il prodotto e il suo ciclo produttivo (al prezzo però del salasso delle già provate casse del Corriere). Adesso che per la rivoluzione a full color sono arrivati i giganti tipografici è chiaro che 300 milioni di euro (tanto è costato il cambio delle macchine e dell’organizzazione del lavoro) non si possono buttare via. Una sfida nella sfida, visto che nello stesso giorno usciranno in versione completamente a colori anche il concorrente nazionale numero uno del Corriere, cioè Repubblica e il suo concorrente numero uno sulla piazza di Roma, Il Messaggero (con Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero, attivissimo anche in Rcs). Va bene che il full color prevede un dorso ad ampio contenitore di pubblicità ideale per “infilare” gli inserzionisti, ma ad oggi – a meno di tre mesi dal debutto ufficiale – non c’è neanche un numero zero della versione full color. Anzi, ce ne sono stati tre, peccato che siano stati bocciati tutti e tre proprio da uno sconfortato Paolo Mieli e – segnale più allarmante – dai sondaggi tra i lettori.
Formato a parte, è sui contenuti e sulla linea editoriale della più autorevole testata italiana a gravare l’amletico quesito: continuare a inseguire Repubblica su temi romanocentrici e radical-chic o tornare a essere un giornale autorevole, interprete delle aspettative moderne, riformiste, di leadership, della regione più europea d’Italia? La risposta, forse, la darà il prossimo direttore.

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