Il cuculo Naipaul volò nel nido islamico

Di Newbury Richard
01 Novembre 2001
Il premio Nobel V. S. Naipaul gode del privilegio di essere “anglofono”: inglese per lingua, non per tradizione. Le sue escursioni nell’islam, “mondo in cui la storia è annullata”, sono appunti in attesa “che qualche storico approfondisca” di Richard Newbury

La lingua inglese è in parte una gazza e in parte un cuculo, sebbene qualcuno direbbe che sia un falco. Gli inglesi dovrebbero parlare tanto il danese, come i loro conquistatori vichinghi, il che in parte avviene, quanto il francese, come i normanni che li hanno governati per tre secoli. Certamente il linguaggio della burocrazia e della dissertazione filosofica è ancora il francese, ma quello straordinario Rinascimento del linguaggio che fu la Bibbia di William Tyndale, il libro anglicano della Preghiera Comune di Thomas Cramner e il teatro di William Shakespeare, si fondò sul dialetto popolare “inglese”. Una lingua che arrivava dalle strade di Londra e non dalla Corte e che resta tale. L’inglese è tutto ciò che il popolo inglese ha scelto di dire che sia. Il processo che aveva assimilato il danese (stricken e struck, wagon e wain) e il francese (kingly e royal), è continuato con la circumnavigazione del globo di Francis Drake e con l’impero che ne è stato il risultato. L’inglese è un linguaggio “gazza” che impiega termini e parole “prese in prestito”. Il Dizionario Oxford dà 500mila vocaboli con gli esempi del loro uso nell’inglese scritto. Grammaticalmente semplice, da quel dialetto che è – una lingua è un dialetto con un Esercito e una Marina – l’inglese si può ridurre in 600 parole e 40 verbi, come un linguaggio di sopravvivenza del business. Tuttavia, quando viene parlato da un “anglofono”, ha una ricchezza lessicale così sterminata che è inesauribile da parte di un singolo individuo. Uso il termine “anglofono” con ponderatezza, poiché oggi vengono assegnati premi letterari a scrittori che non utilizzano l’inglese della Gran Bretagna, ma quello degli altri Paesi del mondo che parlano inglese. Il romanziere australiano Peter Carey ha da poco vinto il Booker prize di quest’anno, un premio simile allo Strega, per il suo romanzo scritto in una scorretta prima persona senza punteggiatura, grazie al “Robin Hood” australiano Ned Kelly. Salman Rushdie, da quell’India dove si può ascoltare il più elegante inglese parlato, ha vinto il Booker of Booker per il miglior romanzo degli ultimi 25 anni con Midnight’s children, un racconto sull’indipendenza indiana dove si mescolano la tradizione inglese e quelle orali indu e musulmana. A livello internazionale, il Nobel per la letteratura è stato consegnato allo scrittore di teatro nigeriano Wole Solinka, al caraibico “Homer” Derek Walcot e al poeta nordirlandese Seamus Heaney, ognuno dei quali ha fatto proprio un inglese che continua la sua tradizione da “gazza”, dove non esistono né la Crusca né l’Accademia francese per legittimare il vocabolario.

Desiderare e domandare la realtà

Oggi il Nobel è andato, giustamente, a V.S. Naipaul che a testimonianza della natura globale dell’Impero Britannico arriva da una famiglia appartenente a una casta elevata, ma non ricca, degli hindu Brahmin. Famiglia che si era trasferita dall’India, attraverso l’Africa orientale, per unirsi alla comunità indiana “dell’est” a Trinidad, in quelle che gli inglesi chiamano le Indie Orientali – i Caraibi. Naipaul è il romanziere dell’effetto “cuculo” dell’Impero Britannico e in lui un tema costante è quanto facilmente e disastrosamente gli uomini siano tagliati fuori dalle proprie origini culturali. «Tutti conosciamo i genitori e i nonni da cui proveniamo. Ma andiamo sempre più indietro; andiamo indietro fino alla nostra vera origine; nel nostro sangue, nelle nostre ossa e nella nostra mente portiamo con noi la memoria di migliaia di vite», ha scritto nel 1994 in A way in the World. «Ogni scrittore, in fin dei conti, è se stesso; ma anche in un senso molto pratico, essere parte di una tradizione aiuta. La lingua inglese era mia; la tradizione non lo era». «Per noi, senza una mitologia, tutte le letterature erano straniere. Trinidad era piccola, remota e poco importante, così ci rendevamo perfettamente conto di non poter sperare di leggere sui libri la vita che ci stava intorno. I libri venivano da lontano, potevano offrirci soltanto fantasia. Io sono arrivato ai libri per fantasia mentre desideravo e domandavo realtà». Effettivamente, come Derek Walcot con la sua versione caraibica di Omero, nel rappresentare le minuzie della vita a Trinidad in Miguel Street e A house for Mr Biswas, Naipaul stava fondando la dignità di un mitico passato per piccole cose di poco conto, come già aveva fatto James Joyce nell’Ulisse. «Se un paesaggio non inizia a essere reale finché non sia stato interpretato da un artista, allora, finché un artista non ne abbia scritto, le società appaiono senza forma e confuse. La letteratura e ogni lavoro frutto d’immaginazione, qualunque sia il loro valore, sacralizzano il proprio oggetto. Cercando, attraverso la piena consapevolezza di mitologie autorevolmente confermate, di dare un carattere di mito a ciò che si riteneva di poca importanza e ridicolo: Frederick Street a Port of Spain – l’uso di questi nomi richiedeva coraggio». Naipaul si è spinto oltre il romanzo mescolando la propria esperienza, la storia e l’immaginazione per descrivere altre culture che erano state sradicate o isolate dalla propria tradizione originaria, nell’Africa orientale, in Sud America e, come sempre politicamente scorretto, tra i Bianchi Poveri del Mississipi. Né la sua penna ha avuto riguardo dell’India.

Non c’è più la storia

Ciò che rende i selezionatori del Nobel “coraggiosi” è però la reputazione di questo scrittore per i suoi due libri su Indonesia, Malaysia, Iran e Pakistan, scritti dopo ampie interviste prese per il suo Among the believers (1981) e Beyond belief (1998). Queste «escursioni islamiche tra i popoli convertiti» raffigurano l’islam al di fuori dell’indigeno deserto arabico come imperialista. «L’islam nella sua origine è una religione araba. Qualunque musulmano che non sia arabo è un convertito. L’islam non è semplicemente una questione di coscienza o di fede personale. Accampa pretese imperialiste. La visione del mondo dei convertiti viene annullata. I loro luoghi santi si trovano in terra araba; la loro lingua sacra diventa l’arabo. La loro stessa visione della storia viene annullata». Naipaul afferma che la stretta aderenza ai testi sacri non aiuta a governare uno stato moderno, e il disordine che ne deriva porta a tirannie monocratiche e opprimenti, inevitabili quando una fede personale si trasforma nell’apparato dello Stato. È qualcosa che distrugge quei miti che, secondo Naipaul, l’uomo è destinato a costruire come base per vivere all’interno di una certa società. «La mia speranza era quella di dare espressione all’irrequietezza, al profondo disordine che le grandi esplorazioni, il rovesciamento in tre continenti di un’organizzazione sociale consolidata, l’innaturale reductio ad unum di popolazioni che avrebbero potuto trovare la propria realizzazione soltanto entro la protezione delle rispettive società e nella terra celebrata dai loro antenati, hanno portato con sé. Gli imperi del nostro tempo hanno avuto vita breve, ma hanno cambiato per sempre il mondo; la loro fine è stato il loro ultimo atto significativo. La mia speranza è abbozzare un argomento che, da qui a cinquant’anni, qualche grande storico potrebbe approfondire. Perché oggi non c’è nulla che possa chiamarsi storia. Ci sono soltanto manifesti politici o ricerche antiquarie e, sull’imperialismo, solo libelli polemici scritti da cafoni. Ma una simile opera, io non potrò scriverla. Sono troppo vittima di quella irrequietezza che avrebbe dovuto essere la materia del mio parlare». V.S., Naipaul, The mimic man, 1967.

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