Il Dante persiano di Farideh
Martedì 9 marzo la traduttrice persiana Farideh Mahdavi-Damghani è stata protagonista di una delle serate del ciclo “Riconoscere Dante. Il cammino al vero è un’esperienza”, organizzato dal Centro Culturale di Milano. È arrivata a Milano da Teheran dopo un lungo viaggio, con sette ore di ritardo. Eppure, dietro il suo volto dolcissimo incorniciato da un foulard dai colori spenti, più che la stanchezza traspariva una solarità non comune, che la scrittrice ha saputo comunicare al pubblico in tutte le sue parole. D’altra parte Farideh alla stanchezza è abituata. Il suo paziente lavoro di traduzione della Divina Commedia in persiano, la sua lingua natia, l’ha impegnata per 4 anni almeno 15 ore al giorno e le è costato lo studio di ben 12 versioni del poema in lingue differenti (italiano, francese e inglese). La sua traduzione, pubblicata nel 2000 a Teheran dalla casa editrice Tir, è divisa in tre volumi che raccolgono anche i commenti dei più illustri dantisti mondiali oltre che la spiegazione di tutti i riferimenti biblici necessari per comprendere l’opera. E soprattutto, mentre la traduzione precedente riassumeva i versi di Dante in prosa, quella di Farideh rispetta la “terza rima”.
Famosa in Iran per aver tradotto molte delle principali opere della letteratura occidentale, proprio per il successo di critica e di vendite ottenuto con la sua edizione della Commedia, Farideh nel 2003 ha vinto il premio internazionale per traduttori “Diego Valeri”. Da tempo dimostra nel suo lavoro una particolare passione per la letteratura italiana: ha già tradotto, tra gli altri, La vita nuova di Dante e molte poesie Montale, Ungaretti, Cardarelli, Quasimodo. Sono di prossima uscita una raccolta dei Canti di Leopardi e il Canzoniere di Francesco Petrarca,.
Quello che Farideh ha racconatato al pubblico milanese è il suo “incontro” con Dante Alighieri. Dice di essersi «molto commossa durante la traduzione». Alle volte suo marito rientrava in casa e la vedeva piangere, e capiva. Per l’autrice il contatto con un «maestro di vita» come Dante è di tale importanza che tutta la fatica del lavoro «è gioia, è un dono, lo faccio non per denaro ma per profonda passione. Tutti noi persiani amiamo molto la poesia, fa parte della nostra cultura, è parte integrante di noi. Perciò ho voluto tradurre Dante, per farlo conoscere al mio popolo che è assetato di conoscenza. Per far conoscere il profondo misticismo, l’amore per la donna, l’incrollabile fede di Dante».
Alla fine della serata Farideh ha recitato nella sua lingua il canto di Paolo e Francesca. Lo ha fatto con trasporto e i versi tradotti in persiano esprimevano un’armonia degna dell’opera originale. Anche molti illustri critici iraniani riconoscono al lavoro di Farideh Mahdavi-Damghani una straordinaria capacità di conciliazione tra il rigore formale del poema dantesco e la musicalità della poesia tradizionale persiana. Peccato che la legge della Repubblica islamica dell’Iran abbia costretto l’autrice a sottrarre a quella musicalità le terzine della Divina Commedia in cui Dante condanna il profeta Maometto all’inferno.
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