Il destino di Ayad

Di Rodolfo Casadei
07 Ottobre 2004
Sì, ci si sente un po’ delle merde all’indomani dell’assassinio dell’italo-irakeno

Sì, ci si sente un po’ delle merde all’indomani dell’assassinio dell’italo-irakeno Ayad Anwar Wali da parte dei terroristi che imperversano in Irak. Trentatré giorni nelle mani dei rapitori senza che nessuno qua in Italia, il suo paese da 24 anni, alzasse un sopracciglio. Il fratello Emad punta il dito: «Il governo ci ha lasciati soli, mio fratello è stato considerato un ostaggio di serie B». No, la realtà è molto peggiore: l’Italia tutta intera ha abbandonato Ayad nelle mani dei rapitori, l’Italia tutta intera l’ha considerato un ostaggio di serie B. L’ha abbandonato al suo destino l’Italia pacifista di sinistra, perché non ci si commuove per un imprenditore che va a fare affari nell’Irak americanizzato e insanguinato, non ci si commuove per un irakeno che non si unisce alla gloriosa “resistenza” e anzi contribuisce alla legittimità del governo di transizione andando laggiù a far business. L’ha abbandonato l’Italia perbenista di destra, perché non è il caso di darsi da fare per un immigrato, cioè uno di quelli che vengono qui a portarci via le nostre donne e a rubare il lavoro agli italiani; e che per sovrappiù era contrario alla guerra. Insomma, nel paese dei Montecchi e dei Capuleti, delle fazioni l’una contro l’altra armate, lo status di Ayad era tale che nessuno poteva dire di lui «è uno dei nostri», e su quella base ricattare moralmente l’altra fazione. Perciò nessun blitz dei marines per Ayad, nessun riscatto in bigliettoni verdi. E poche lacrime.

P.S.: i deputati che chiedono al governo di venire a riferire alle Camere e/o annunciano interpellanze sulla vicenda sono pregati di sputare prima sulla propria immagine riflessa allo specchio.

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