Il dibattito è aperto?
Questa è una non-intervista al ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno. Dopo la copertina di Tempi (“Braccia rubate all’agricoltura”, n. 29), la proposta del presidente della Compagnia delle Opere, Giorgio Vittadini (“Lancio su Tempi il dibattito sugli Ogm”, n. 30), l’editoriale di questo settimanale (“Caro signor Ministro, caro signor governatore”, n. 30) in cui si accoglieva l’idea di Vittadini e la si rigirava ai due interessati, abbiamo chiesto, mercoledì 23 luglio, all’onorevole ministro un’intervista. Ci è sato dato l’ok per lunedì 28 luglio alle ore 17.30. Abbiamo fatto presente che il lunedì è l’ultimo giorno utile per noi per scrivere perché il martedì si va in stampa. Dal ministero ci hanno rassicurato che non ci sarebbe stato nessun problema. Lunedì 28 luglio, ore 11.00 circa: il portavoce del ministro ci chiede se si può spostare l’intervista “solo di un quarto d’ora”. Ore 17.45, dopo giro di telefonate ci chiedono di lasciare i nostri recapiti perché “il ministro è momentaneamente assente” ma “risponderà fra cinque minuti”. Ore 18.30, “ancora cinque minuti…”. Ore 19.00, “non si preoccupi, adesso le passo il ministro…”. Ore 20.33: “possiamo rimandare l’intervista a domani? No? Va bene, riferisco al ministro e la richiamo”. Ore 21.25: “Il ministro è impegnato, dobbiamo proprio rimandare”. Non accettiamo. “Ma l’unica possibilità è dopo la riunione” ci spiegano. Cioè? “Tra la una e le due di notte”. “A noi sta bene”, rispondiamo provocatoriamente. Trambusto dall’altra parte del filo. “Allora va bene per l’una di notte”. A quell’ora il cellulare che ci era stato dato era spento.
Domande in attesa di risposta
Di seguito le domande che abbiamo preparato per l’intervista. Quando il signor ministro troverà un attimo di tempo ci faccia sapere. I nostri recapiti li conosce.
1. Negli ultimi 50 anni la mais-coltura in Italia ha incrementato in media un quintale per ettaro all’anno. E questo grazie al traino dei progressi genetici americani, ai vantaggi selettivi mutuati da quella che negli Usa chiamano la “fascia del mais”. Quando lei dice «abbiamo scelto un’altra strada rispetto agli Stati Uniti» (Corriere della Sera, 23 luglio) intende dire che siamo disposti a rinunciare ai progressi della nostra maiscoltura che vengono (storicamente e nei fatti) garantiti dal lavoro genetico americano?
2. Lei dice: «in base al principio di precauzione è necessario garantire la separazione delle filiere, Ogm e Ogm free, in maniera che, se arrivano con il tempo effetti indesiderati, sia possibile tornare indietro». Cosa intende per principio di precauzione?
3. Anche noi siamo per prendere le necessarie precauzioni. Tant’è che le prove tossicologiche sui mais incriminati erano già state fatte ed erano stati ritenuti “non dannosi”. Inoltre le cosiddette sementi inquinate lo erano solo allo 0,1/0,3/0,5%. Noi sappiamo anche che il limite fissato dall’Europa è dello 0,9. Ammesso che, come lei dice, si possa realizzare una separazione netta tra le filiere ogm e quelle a ogm free, quali livelli di contaminazione da Ogm accetterebbe per le filiere a “Ogm free”? I livelli attualmente indicati dalla Cee (0,9% per gli alimenti, 0,5% per le sementi, a quanto ci consta) o quali altri?
4. Perché questa politica di tolleranza zero? Inotre, da un punto di vista statistico lo zero per cento pone un problema perché si tratta di un valore non valutabile. Che fare, dunque?
5. È possibile sapere quanto (e come) spende oggi il suo dicastero per la “filiera della rintracciabilità”, cioè per controllare che le colture siano a “Ogm zero” e cosa dovrebbe spendere, un domani, per mantenere questa situazione ideale? Crede che il dottor Ambrosio, direttore del Mipaf, potrebbe darci – per ragioni di trasparenza e di informazione ai cittadini naturalmente – il prospetto anche solo indicativo di come sono destinate queste risorse?
6. Ci risulta che l’Italia utilizzi moltissima soia da importazione per fini alimentari e molti prodotti da mais che contengono transgenici. Perché il ministro ritiene di accettare livelli di tolleranza certamente diversi da zero per soia e prodotti da mais di importazione e invece applica la soglia di “tolleranza zero” per i medesimi prodotti degli agricoltori italiani?
7. Lei dice: «per gran parte del territorio italiano, dove le proprietà agricole sono molto piccole, bisognerà ragionare in termini di aree geografiche omogenee, nelle quali i produttori dovrebbero evitare che una minoranza possa mettere in discussione quella che è la vocazione naturale del territorio». Scusi signor Ministro, ma se una minoranza ritiene che la vocazione naturale del territorio è coltivare la menta cosa facciamo: gli impediamo di coltivare il timo che si incrocia con la menta?
8. Come ha detto domenica 13 luglio, Francesco Sala, professore di botanica e biotecnologie all’Università di Milano, alla Stampa di Torino «Mi guardo bene dal consumare prodotti dell’agricoltura biologica: non sono controllati, la loro qualità è garantita solo dall’autocertificazione di chi li vende. I vegetali coltivati senza interventi chimici sono aggrediti da batteri e funghi che rilasciano tossine». Per il potenziamento del prodotto organico, come ritiene di valutare igienicamente e nei contenuti, questi prodotti? Sembra che il 20-30% dei prodotti biologici in circolazione contengano microorganismi dannosi a causa di condizioni igieniche di produzione. Lei sa che in Francia esiste una precisa casistica di “vittime da prodotti tipici”, specie di certi formaggi sulla cui crosta si insediano batteri estremamente nocivi? Non crede che anche in questo comparto sia necessario proteggere la salute del consumatore? Come?
9. Da ultimo: il prodotto tipico e quello biologico hanno costi enormi e non possono certo essere la risposta su vasta scala alla lotta alla fame e alla povertà. Lei che proviene dalla destra sociale e popolare, quale politica dell’agroalimentare pensa possa venire incontro alle esigenze dei meno abbienti e di coloro che certo non possono facilmente permettersi di nutrirsi con prodotti tipici e/o biologici?
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