Il diritto di appartenere
C’è un filo conduttore che lega gli episodi che hanno animato di recente la riflessione sui media: dalle reazioni agli attentati di Istanbul e di Nassiriya, alle analisi sul sondaggio dell’Unione Europea che ha indicato Israele come il principale nemico della pace, alle polemiche sul voto agli extracomunitari, alle discussioni in merito alla Costituzione europea, al caso del crocifisso nelle scuole, sino allo strisciante antisemitismo che viene costantemente avvertito e rilevato (per non parlare di quella “voglia” di trasversalismo che dimostra la mancanza di autentiche idee-forza e, quindi, la “morte” della politica). Questo filo conduttore ha un nome: la difficoltà di appartenere.
Viviamo in una società, italiana ed europea, che rifiuta il concetto di appartenenza, lo emargina, lo ghettizza, additandolo come nefasta espressione dell’ancien regime, di una modalità di intendere la convivenza sociale retrograda, da combattere e da lasciare ai margini perché nociva per una collettività indistinta e avaloriale.
Tutto è omologato, omogeneizzato dentro contenitori vuoti ed inconsistenti. Belle parole, dichiarazioni di intenti e slogan vivacizzano la vita nei salotti radical chic, ma non danno risposte vere a quello che è “il fatto” più evidente dei nostri tempi: la difficoltà di costruire una società multiculturale, autenticamente pluralista, fondata sul riconoscimento delle diversità. Perché questo è il trend, inutile nasconderlo. Mai come oggi si relazionano, quotidianamente, storie ed esperienze che non si sono in precedenza “incrociate” tra loro. Nonostante questa realtà, il mondo della cultura e della politica evita di promuovere un incontro fondato sul dialogo tra differenti “appartenenze” preferendo appiattire, banalizzare, nascondere. Fino a quando il conflitto non ci travolgerà, verrebbe da pensare…
Questo è il pericolo, non taciamolo. Le tragedie di Istanbul e Nassiriya sono punte di un iceberg sempre più emerso. E che molti si rifiutano di vedere. Diventa allora improrogabile una profonda autoresponsabilizzazione da parte di tutti gli attori, un salto di qualità. La sfida per realizzare una società interetnica può essere vinta solo attraverso la costruzione di una società basata sul diritto di appartenere (oltre che di non appartenere), di essere diversi, di essere se stessi. Una società che scaturisca “dal basso”, da ciò che è più vicino all’individuo per come è e non per come qualcuno lo vorrebbe. Una “società delle comunità”, cioè una società che faccia dialogare le cellule che, dopo la famiglia, più sono prossime ai bisogni, ai desideri e all’identità dell’uomo. Diventa improrogabile, pertanto, definire un tessuto culturale, educativo e politico che determini le regole dell’incontro tra le “appartenenze”, sancendo princìpi basilari di “ordine pubblico” orientati verso la tutela del diritto di essere. E poiché il rapporto con Dio, più di tutto, unifica determinando il riconoscimento di valori comuni e la possibilità di parlare una lingua reciprocamente comprensibile, forse il primo “territorio” del confronto potrà essere la religiosità ovvero la Fede nel Creatore, nel Dio di Abramo. Una religiosità che si traduca nell’impegno verso i comandamenti di Dio, verso la giustizia e la misericordia, nell’affermare la santità della vita e il coinvolgimento di Dio nella storia, nella convinzione che il bene, senza il sacro, è destinato a soccombere.
La religiosità può essere, quindi, la parola chiave che, nel momento in cui promuove l’incontro tra gli uomini di Fede, può permettere di vincere la sfida della multiculturalità, senza omologare “le appartenenze” ma rendendole la principale forma formans della società.
Claudio Morpurgo
Vice Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane
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