Il doppio binario della sussidiarietà

Di Alemanno Gianni
26 Aprile 2001
Gianni Alemanno ha partecipato al convegno della Compagnia delle Opere il 7 aprile a Bologna. Stato e società devono collaborare per una sussidiarietà reale e non solo di “moda”

Il punto chiave su cui si è trovata una totale convergenza, fra noi, Cdo, Cisl e gli altri partecipanti del convegno, è stato il tema della sussidiarietà. La mia osservazione è che bisogna essere chiari. Per merito della Compagnia delle Opere ora la sussidiarietà è sulla bocca di tutti ma bisogna stare attenti a non ridurla ad una “moda”. Sono in molti che ne parlano a sproposito infilandolo a destra e a manca senza cognizione di causa. Per il centro sinistra è diventato una specie di alibi con cui giustificare la propria visione del welfare mix. Mentre, per le ali più liberiste del Polo, viene un po’ confuso con il laissez faire. Noi crediamo, in linea con la Dottrina sociale della Chiesa, che la sussidiarietà ha una doppia valenza. Da un lato va posto un primo livello di intervento per le forze della società civile organizzate e dall’altro le forze statali. Il primo livello non deve eliminare la posizione sussidiaria da parte dello Stato e da parte degli enti locali, e viceversa. Questa doppia linea fa sì che, laddove ci siano zone deboli, dove c’è un’insufficienza di risposta da parte della società civile, ci sia una presenza reale della mano pubblica. La sussidiarietà è un principio che va applicato sia nel lavoro sia nelle opere di solidarietà. Sul lavoro abbiamo bisogno di una rivisitazione completa delle strutture perché l’operato dell’Ulivo di questi cinque anni ha creato solo degli ibridi. Ha dato vita a strutture che, per evitare l’iperliberismo, sono sottoposte a vincoli e impedimenti burocratici che le rendono inutili. Sono realtà che a fatica danno un contributo sociale. Parlo del lavoro interinale, parlo della formazione, parlo soprattutto dei servizi per l’impiego. Noi crediamo che queste realtà debbano essere liberate da tutti i vincoli che impediscono, per esempio, a agenzie interinali di fare anche da collocamento. Anche sul terreno della formazione crediamo che l’unica strada seria in Italia sia quella di introdurre il “buono formazione”. Un’idea che si avvicina a quella del buono scuola. È necessario che la decisione non sia presa dalla Regione o dallo Stato ma sia nelle mani dell’utente che decide dove spendere il suo buono. Vogliamo un sistema di accredito sia per il collocamento sia per l’interinale sia per la formazione. Lo Stato e gli enti locali devono fornire le forme di accredito, vigilare, coordinare senza però togliere al cittadino la possibilità di scelta. Tutti questi tre elementi devono rappresentare una sorta di fascia di riferimento, devono essere messi in rete, una rete protettiva per l’ingresso e l’uscita nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda la solidarietà vale lo stesso principio. Il modello sanitario lombardo fa da riferimento e va allargato il discorso anche ai servizi sociali. Anche su questa in strada lo Stato deve avere un suo spazio preoccupandosi di vigilare sulle fasce più deboli.

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