Il dotto nulla
I più zelanti lettori del Corriere non avevano ancora finito di decifrare, sudando, l’articolo di Emanuele Severino “L’embrione e il paradosso di Aristotele”, quand’ecco che il filosofo riprende la penna e risponde al Foglio, reo d’aver scritto che quel pezzo era “incomprensibile”. Alcuni si sono accasciati, sfiniti: di nuovo Severino con la potenza aristotelica e l’embrione, rieccoci.
Chi entra nel periodare del professore facilmente si smarrisce: «Quel qualcosa di assurdo, impossibile, contraddittorio che è l’“embrione” non lo si può intendere come “capace” di diventare quell’ “esser uomo” che invece si vuol concepire come qualcosa che contraddittorio non sia. Con quanto ho detto ho forse spiegato perché l’embrione è qualcosa di contraddittorio? Certamente no!» ammette il filosofo, e si accinge a rimediare. «Il perché avevo cominciato a spiegarlo nel mio articolo, che suggerirei di rileggere al rallentatore, anche perché esso tenta di rendere più accessibile il discorso, mettendo in primo piano la contraddittorietà (cioè l’assurdità) del costrutto teorico chiamato “embrione” e lasciando sullo sfondo il ben più radicale problema della radicale contraddittorietà e assurdità della (gigantesca) costruzione teorica chiamata “potenza”».
In sostanza, traducendo con commendevole rozzezza, il professore sostiene che, poiché l’embrione non diventa ineluttabilmente uomo, è in potenza uomo e anche non-uomo. In questa duplicità, l’embrione non è dunque essere umano.
Ma ti gira in testa un passo di una certa Arendt Hannah, filosofa ebrea non proprio da meno di Emanuele Severino. Scriveva la Arendt: «è proprio di ogni nuovo inizio di irrompere nel mondo come “un’infinita improbabilità”; pure, questo infinitamente improbabile costituisce il tessuto di tutto quanto si chiama reale. In fondo, tutta la nostra esistenza si direbbe fondata su una catena di miracoli: prima la formazione della Terra e poi, su questa, la nascita della vita organica, e infine l’evolversi dell’uomo. Se consideriamo i processi che si svolgono nell’universo e nella natura (favoriti da probabilità schiaccianti dal punto di vista statistico) il formarsi della Terra, la vita organica e infine la nascita dell’uomo ci appariranno tutte come “infinite improbabilità”; ossia, nel linguaggio quotidiano, “miracoli”. Proprio a causa dell’elemento “miracoloso”, presente in ogni realtà, gli eventi quando si verificano ci sorprendono e ci scuotono. La stessa forza d’urto di un evento non potrà mai essere spiegata fino in fondo: in linea di principio, il “fatto” supera ogni previsione».
Altra prosa, si nota. Ma, soprattutto, quella possibilità di “non-esser-uomo” contenuta nell’embrione che per Severino ne nega l’umanità, per la Arendt è la “infinita improbabilità” della natura tuttavia sconfitta, continuamente, da un miracolo. Il dubbio del nulla di Severino è cancellato nella Arendt dalla evidenza dell’evento: il “fatto” supera ogni previsione. Due radici opposte si contrappongono in queste letture dell’inizio. La negazione di Severino – potrebbe non essere, quindi non è – sembra il punto d’arrivo di secoli di pensiero consacrati a quel dubbio che metodicamente dubita non solo di ogni asserto filosofico o verità rivelata, ma anche dell’evidenza della realtà. La Arendt recupera lo thaumazein, lo stupore di fronte alla realtà data, che è dei filosofi antichi, e originariamente del bambino. E semplicemente, vede. Fedele alla realtà. «Essere fedeli alla realtà delle cose implica un integrale amore per la verità, e una totale gratitudine per il fatto stesso di essere nati», ha lasciato scritto. Senza questa fedeltà, le parole più dotte sono vuote.
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