Il duro moderato
Nessuno aveva previsto o “puntato” sulla vittoria di Mahmoud Ahmadinejad. Né in Iran, né al di fuori. È quindi, quello delle elezioni presidenziali iraniane, un risultato stupefacente, ma non inspiegabile. E soprattutto, Ahmadinejad si conferma il “beneficiato dall’astensionismo”, esattamente come quando venne eletto sindaco di Tehran. Quale sarà la politica del presidente? In Iran è avvenuta una svolta autoritaria e fondamentalista o, al contrario, si è puntato sul pragmatismo di una “scelta forte”?
Ahmadinejad ha vinto con il 62 per cento delle preferenze, espresse tuttavia dal 55 per cento degli aventi diritto. Elettori che, nel caso di Ahmadinejad, probabilmente provengono a ranghi serrati dalle linee dei Basiji e dell’Abadgaran (gli “sviluppatori”), formazione di seconda generazione rivoluzionaria influente nell’attuale parlamento. È presumibile ritenere che Ahmadinejad abbia ottenuto un largo consenso in seno alle forze della sinistra islamica, corroborate dalla presenza di alcuni voti di protesta. Un ruolo non secondario ha svolto l’astensionismo e l’annullamento della scheda (almeno il 5 per cento), mentre appare poco credibile la manipolazione del risultato con brogli su larga scala.
IL PRESIDENTE DEI POVERI
Ahmadinejad è considerato un “duro e puro” dalla popolazione, ma di altro stampo rispetto alla gran parte dell’establishment politico. È uno che viene dal nulla, che ha patito la fame e la guerra ed è stato capace di creare con le sue mani – e non già grazie alle parentele – la sua posizione e la sua fortuna. È un politico che, una volta nominato sindaco, ha lottato contro la corruzione e l’ingiustizia – almeno entro i limiti del possibile – ed ha concretamente aiutato la popolazione. È un radicale, ma “con la testa sulle spalle” – questo il pensiero di molti – ed animato da un sentimento di giustizia e di moralità. Uno che, peraltro, non ha mai propagandato nulla di diverso da quello che ha poi fatto. Un esempio, insomma. Soprattutto laddove il potere politico viene largamente visto come corrotto ed ignorante ed alla testa di un complesso e diabolico sistema clientelare ed immutevole, che in nulla si differenzia da quello che venne rovesciato con la rivoluzione se non per l’aspetto religioso.
Tra le ragioni della sua elezione, quindi, un grande peso hanno avuto la diffusa povertà e l’elevatissima disoccupazione, di cui si teme l’aumento qualora l’economia venisse liberalizzata. E, a questo riguardo, è stata vincente, durante la campagna elettorale, la promessa di aumentare i sussidi che già in questo momento il governo iraniano applica a una gamma molto ampia di prodotti (pane, riso, elettricità, benzina). In subordine poi l’altissimo tasso di inflazione, e la sensazione da parte dei “diseredati” di aver finalmente trovato un Presidente dalle loro proprie origini e che sarà quindi un difensore della loro causa e dei loro diritti.
ALLEATI “PER FORZA” DELL’OCCIDENTE
Secondo molti queste elezioni sono state la definitiva vittoria del sistema dominante della Repubblica islamica sopra coloro che pensavano che essa avesse i giorni contati. Si possono, tuttavia, dare due letture divergenti di questo risultato: una secondo la quale questo processo sarebbe in realtà null’altro se non un vaccino contro ulteriori derive integraliste; e l’altra, al contrario, preoccupata per un rischio di talibanizzazione dell’Iran.
Ahmadinejad, in realtà, avrà un ruolo ed un compito assai delicato. Sarà il presidente di uno dei paesi maggiormente sotto la lente per quanto concerne il rischio terrorismo. E avvierà il suo mandato in uno dei peggiori momenti di questo travagliato periodo. Come Presidente sarà il “volto spendibile” del paese, ma i suoi poteri sono e resteranno assai limitati. Curiosamente, invece, dovrà affrontare e sconfiggere il terrorismo al fianco dell’Occidente. Da sempre antagonisti rispetto all’integralismo sunnita e soprattutto al salafismo, gli sciiti duodecimani iraniani si troveranno sempre più a condividere posizioni convergenti con quelle dei principali paesi occidentali. Con la particolarità, però, di essere considerati loro stessi sponsor del terrorismo e con l’imperativa necessità di dissipare ogni e qualsivoglia dubbio circa le accuse contestate.
Se Ahmadinejad farà realmente quanto promesso non chiuderà affatto le porte agli Stati Uniti – cosa peraltro mai minacciata – né opterà per una deriva integralista. Cercherà di normalizzare le relazioni internazionali del paese, questione già di per sé spinosa, e di risolvere i problemi occupazionali, economici e di corruzione all’interno dell’Iran. E qui fronteggerà – se quanto ha promesso è sincero – i suoi veri nemici.
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