Il Fassino coi tacchetti e il cucchiaio stregato
Al via il grande concorso di Tempi per i viziosi del Mundial. A partire da questo numero, per tutto il periodo di Germania 2006, ogni settimana pubblicheremo su queste colonne il ritratto di un calciatore misterioso. Sfidiamo i nostri lettori a indovinare chi è, tra i convocati di tutte le Nazionali partecipanti, il campione in incognita. Però attenzione, questo non è un gioco a premi, è molto di più. È un gioco a fama: ogni settimana per il vincitore c’è in palio uno spazio di celebrità.
Le risposte (nome e cognome del calciatore) dovranno pervenire via e-mail all’indirizzo redazione@tempi.it entro la mezzanotte della domenica successiva all’uscita di Tempi. Indicare “Calcio in maschera/1” nel campo oggetto. La redazione provvederà a contattare il vincitore. In caso di vincitori ce ne fosse più d’uno, il fortunato sarà estratto a sorte.
Collocò la palla sul dischetto. Rincorsa insignificante, colpo sotto, morbido per nulla. La sfera toccata con eccessiva foga, anziché beffare il portiere, sorvolava di fretta la traversa. Mannaggia. L’attaccante avrebbe fatto poker. Non importa se in amichevole con l’esotica nazionale giamaicana. Si trattava dell’ultima sgambata prima del viaggio Mondiale, quando ancora andava convinto il ct a dargli fiducia per una maglia da titolare in Germania. Perciò esagerare ci stava. Mai comunque come con lui la pettegola e cattiva stampa del suo spocchioso paese. Questo spilungone col sorriso alla Buggs Bunny ha sopportato per mesi articoli deprimenti, il più benevolo lo invitava a cambiare mestiere. Certo che lui ci ha messo del suo praticando in questa stagione l’astinenza dal gol per 19 partite di fila tra campionato e coppa, che non è proprio una virtù se la professione è quella di centrattacco. Addirittura, il quotidiano più fetente di tutti lanciava l’iniziativa di regalare bottiglie di champagne al primo portiere che avrebbe contribuito a interrompere l’incubo. Una situazione spiacevole come guidare a fari spenti nella notte. Con l’aggravante che è pagato bene da una delle più famose squadre di quella lega. Il manager latino lo aveva fortissimamente voluto, pagandolo dieci milioni di euro, da una formazione dove aveva totalizzato 12 gol in 27 partite. Non tantissime, ma neppure una schifezza. Il lungagnone nostro viveva la carestia con la forza dei nervi distesi. Che poi significa: «Domani è un altro giorno». Pali e traverse non li mancava. Più di un tiro a partita finiva male per una questione di sfiga. Qualche altro sbatteva contro al portiere (il piano champagne ancora non era entrato in azione). In famiglia, beninteso tifoseria e compagni, nessuno lo ha abbandonato. Si confidava. Perché sul campo giocava bene. Passava la palla come si deve, favoriva i gol degli altri, aiutava quando c’era da non mollare un metro. Per il momento poteva anche bastare così. Ma al pub dove la musica era solo quella dei Beatles, il ragazzone nato nel 1981, dopo ogni gara casalinga, annunciava l’imminente conclusione della telenovela. Poi, un pomeriggio, la fine del letargo. Ci vedeva di nuovo. La porta, sì la porta. Non roba da far gridare al miracolo, una cosa normale. Gol anche importanti. Anche decisivi per far alzare al cielo un trofeo alla sua squadra. Così per altri 3 anni rimarrà con quella maglia a cui dice di tenere tantissimo. Intanto, nella stanza del ritiro, si gusta il momento di gloria. È un personaggio famoso adesso, non un giocatore qualunque da prendere in giro. Accendi la tv e lo trovi in una réclame di una nota bibita che sponsorizza il Mondiale, insieme a Josh Lewsey, star del rugby.
Osservatelo bene: non si può proprio dire che sia nato per giocare al calcio. Il fisico non l’ha mai aiutato: quasi due metri d’altezza in un corpo segaligno e sgraziato. Un grissino in campo, ecco. Un Fassino della pedata. Ma, in barba a chi la mena sempre con interventi autorevoli, in Nazionale infine è arrivato. Da solo, senza sponsor. «È l’uomo che ci serviva soprattutto nelle gare esterne: capace di tenere palla e far salire la squadra», così il suo flemmatico commissario tecnico il giorno fatidico dell’investitura. Qualcuno però gli dovrà ricordare che al Mondiale è vietato fare il fenomeno, se mai gli capiterà ancora di tirare un calcio di rigore. Quella volta, per carità, lasci perdere il “cucchiaio”, una botta e via. Altrimenti, sai che punizione: legato a una sedia ad ascoltare Arrigo Sacchi che parla, tutto ispirato, di cultura della sconfitta. E se persevera, un sermone di don Bertinotti.
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