Il fattore B
«Fame e macerie sotto i mortai/ Come l’acciaio resiste la città/ Strade di Stalingrado, di sangue siete lastricate/ ride una donna di granito su mille barricate/ Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa/ D’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città». Così cantavano, fieri e rivoluzionari, gli Stormy Six nel 1976: certo un po’ di retorica c’era, anche qualche parossismo, ma si sa, di lì a poco sarebbe nato il Movimento – ovvero l’incubatrice ideologica engagé degli assassini con la stella a cinque punte – e ben vengano inni di questo genere a rinfrancare anime e corpi. Passano gli anni ma nulla, proprio nulla, sembra cambiato. “Cinque anni fa i saluti romani, oggi piazza Maggiore è nostra”, “Piazza Maggiore, esplode la gioia. Ventimila gridano: Sergio, Sergio”, “Cofferati è il nuovo sindaco, Bologna si sveglia libera”: non sono b-sides mai pubblicate degli Stormy Six, bensì i titoli che Repubblica (nei primi due casi) e l’Unità hanno dedicato alla vittoria di Sergio Cofferati nella corsa a sindaco di Bologna. I toni, come avete visto, sono identici a quelli da macchietta del costruttivismo sovietico in salsa Arci romagnola di “Stalingrado”: il capoluogo emiliano come la roccaforte dell’Urss ha saputo resistere, combattere e liberarsi dal giogo della “croce uncinata” e dei “saluti romani”. Di per sé potrebbe già bastare ma il colmo dell’umorismo involontario, Repubblica lo tocca con il sommario dell’articolo di taglio a pagina 15 nell’edizione del 15 giugno: «La città sembra di colpo tornata quella di una volta quando tutti stavano sotto i portici». Capito amici, per cinque anni i portici bolognesi sono stati off-limits, vietati ai cittadini e presidiati dai pretoriani fascisti di Guazzaloca con tanto di manganello e olio di ricino. Ammesso e non concesso che questa invasione festante di gente che gironzola libera e sfaccendata possa essere il segnale prodromico di un futuro miracolo cofferatiano, ovvero riuscire nell’impresa di creare disoccupazione in una città oggi alle soglie della piena occupazione, si è dovuto aspettare un paio di giorni perché la retorica rivoluzionaria lasciasse il passo alla realtà, decisamente meno ridicola e più preoccupante, dei fatti: 18 giugno, a pagina 11 Repubblica pubblica un’alluvionale intervista a Sergio Cofferati dal titolo rivelatore, “A Bologna uniti sul progetto, segnale per l’Ulivo del 2006”. Bene, vediamolo quindi questo progetto di cui il capoluogo emiliano si è trovato suo malgrado ad essere culla ma non senza aver prima tracciato un breve ritratto del retroscena di politica e potere che si agita da qualche mese sotto le Torri. Esiste infatti – e la sua comparsa ha avuto per l’entourage di Silvio Berlusconi lo stesso effetto del primo caso di Sars – una vera e propria “sindrome di Bologna”, divenuta quasi inconsapevolmente negli ultimi tempi una vera e propria fucina di potere: vengono infatti da qui Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, Romano Prodi e il pluri-potenziario Luca Cordero di Montezemolo oltre al presidente dell’Enel, quel Piero Gnudi per il quale viene prefigurato un futuro da presidente della Rai. Insomma, un vero e proprio contraltare delle terrazze romane e dei salotti milanesi. Ma c’è di più: Bologna è la culla del grande, vero progetto della sinistra per il 2006: ovvero il “prodismo senza Prodi”, una sorta di terza via che affascina, e non poco, alcuni settori dei poteri forti italiani. Sopra Bologna, esattamente a Pianoro, c’è poi la villa di campagna di Montezemolo, un buen retiro da camicia a quadretti e scarpe comode (rigorosamente Tod’s, però, se no l’amico Della Valle se la prende) che nel corso dei week-end si dice si trasformi in un vero e proprio think-tank del terzismo economico e politico: attorno al tavolo, magari con coté di ragazzi urlanti e mogli ultra-chic impegnate in un bridge, si ritorvano infatti il presidente di Confindustria (e della Fiat, della Ferrari, della Fiera di Bologna nonché controllore di Corriere della Sera e Sole 24 Ore), il già citato Diego Della Valle, Vittorio Merloni fresco di ingresso nel patto di Mediobanca, Alessandro Profumo e Giuseppe Gazzoni Frascara: un nucleo forte che mantiene profondi, proficui e costanti rapporti con personaggi del mondo che conta: Giovanni Bazoli, Marco Tronchetti Provera, Ezio Mauro e Ferruccio De Bortoli (non un bel segnale per il povero Folli in vista del patto di sindacato Rcs) fino al più amato e “coltivato”, il sindaco di Roma, Walter Veltroni. Non è un mistero che una larga parte dei nuovi poteri forti, la generazione dei 50enni, guardi con vivo interesse a un ricambio generazionale in politica, ovvero al superamento delle attuali leadership da parte di altre, più aperte al dialogo, bipolari ma trasversali nello stile. Benedetta da Paolo Mieli, che in un’intervista al Riformista si diceva convinto del fatto che Berlusconi oggi possa andare tranquillo alle Bahamas visto che le urne hanno certificato la nascita di un centrodestra che possa prescinderlo, la fase due della Seconda Repubblica può avere inizio, con epicentro Bologna: sarà infatti il devoto alla Madonna di San Luca, Pier Ferdinando Casini, l’uomo della svolta nella Cdl mentre il sindaco diessino prenderà il posto del bollito Romano Prodi. Che l’aria che tira sia questa lo certifica, ad esempio, la versione casualmente extra-large (due pagine) del “Bestiario” di Giampaolo Pansa su L’Espresso: titolo, “Se Pier e Walter…”. Il senso della lucida analisi sta tutto nel sommario: «Preavviso di licenziamento per Berlusconi. Prodi assunto precario con dubbio rinnovo del contratto. Così per il 2006 si annuncia una sfida tutta nuova». Non vi basta ancora? Beh, allora che dire del fatto che – con identico timing de L’Espresso – anche l’autorevole settimanale della City londinese, il citatissimo Economist, abbia preconizzato la staffetta? Proprio così, basta andare a pagina 34 e sotto il titolo “Prodi’s problem” ecco cosa leggiamo: «E la sinistra ha fatto bene a Roma, il cui sindaco Walter Veltroni è una delle più credibili alternative a Prodi come leader dell’opposizione. Anche coloro i quali hanno fatto professione di fedeltà a Prodi, privatamente hanno espresso interesse per “l’effetto Veltroni”». Calcolando che l’articolo non è firmato e che quindi va attribuito a Beppe Severgnini o a Tana De Zulueta, capirete che l’imbeccata non arriva proprio da un sezione dei Ds di Roncobilaccio. Fin qui il doveroso scenario del work in progress che viene elaborato nelle stanze che contano. Ci sono poi, però, dati inequivocabili, limpidi, da leggersi alla luce del sole e che dovrebbero far riflettere chi, come moltissimi moderati bolognesi, non ha capito di essere finito in una trappola. Già, perché se andiamo al di là del risultato per il sindaco e ci spingiamo a vedere le preferenze accordate ai vari partiti si scopre che i Ds a Bologna arrivano a percentuali quasi da anni Settanta: il 36,56% dei consensi cittadini, ben l’11% in più rispetto al voto del ’99 e il 5% in più se si confronta il dato di oggi con quello, già molto positivo, ottenuto alle politiche del 2001. Sommate questo dato all’ottima dote che portano con sé Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani e scoprirete che Stalingrado è davvero tornata “libera”. Un po’ meno felici dell’operazione Triciclo sono invece gli uomini della Margherita bolognese, formazione che può vantare tra le sue fila Vittorio Prodi, che è precipitata al 6% (un dato che va oltre il dimezzamento) dei consensi correndo con il simbolo “Riformisti per Bologna” e appoggiando Sergio Cofferati. In una parola, cannibalizzati dai Ds. Un dato solo bolognese? No, altrimenti come spiegare la sprezzante reazione di Francesco Rutelli alla proposta di una costituente dell’Ulivo, ovvero al processo prodromico di fusione identitaria dei partiti del centrosinistra? La logica diessina è chiara: utilizzare volti terzisti, rassicuranti, da spendere come candidati “di cartello” ma giocare la carta della forza catalizzatrice quando al volto si sostituisce la cara, vecchia preferenza da Prima Repubblica. Cofferati, in sé, non è nulla più che una bandiera piazzata sul Risiko, la prima fase – riuscita – di un esperimento di ingegneria genetica applicata alla politica che dovrà condurre la sinistra (con poco “centro”) al potere nel 2006. Blindatura dell’economia, nanny State dalla culla alla tomba con la benedizione dei poteri forti – a cui il periodo della merchant bank dalemiana a Palazzo Chigi non dispiacque affatto (guarda caso, da qualche giorno un ringalluzzito Colaninno si è lanciato in una tournée diplomatica) – e massima libertà in campo sociale, una deregulation etica alla Zapatero a colpi di coppie di fatto, concerti a volontà, centri sociali e provette pazze per chi a un figlio, anche se in versione Frankenstein, non vuole proprio rinunciare. Gli alleati, storditi, non possono che stare a guardare e prendere atto del cavallo di Troia che hanno entusiasticamente fatto entrare in salotto. In principio volevamo parlare, nella nostra tappa bolognese del “Viaggio”, della città viva e attiva che Guazzaloca ha creato in cinque anni di gestione alla Salvemini («Beata la città dove la gente accorre alla fontana rotta per aggiustarla», disse al suo primo consiglio comunale), del buono scuola e dell’incremento di asili nido e scuole materne, della sussidiarietà e degli assistenti civici, della tutela e dell’investimento nella famiglia come nucleo sociale “primo” della città, della Fondazione “Dopo di noi” che aiuta i ragazzi afflitti da handicap rimasti soli al mondo, del Museo della Resistenza voluto e inaugurato da una giunta di centrodestra, delle certificazioni di Nomisma, Prometeia e Sole 24 Ore riguardo alla crescita di tutti gli indicatori. Volevamo, ma siamo previdenti: e preferiamo attrezzarci/vi per il futuro che proprio da Bologna ha mosso i suoi primi passi. Un futuro che è meglio conoscere per poterlo evitare.
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