Il federalismo italiano?Russa

Di Martynov Ivan
08 Marzo 2001
Nessun Bundesrat alla tedesca, no tantomeno, senato all'americana. Corte costituzionale a nomina esclusiva del governo centrale e federalismo legislativo e fiscale solo sulla carta. Il bello del federalismo italiano in versione ulivista? 6 che somiglia un sacco alla federazione russa all'epoca del nuovo centralismo di Putin

Il tormentone della guerra russa in Cecenia (ufficialmente un’operazione antiterrorismo) è uno dei classici più scontati della storia russa, e ripete senza particolare innovazione, purtroppo anche nella tragedia delle vittime inermi e nei flussi di profughi disperati, quanto era già avvenuto cento e duecento anni fa. Le ribellioni e il terrorismo caucasico sono la spia perenne del livello di condensazione del composto multietnico dell’impero russo, che aveva raggiunto il suo apogeo nel periodo sovietico, e che il presidente Putin cerca in qualche modo di ricompattare, accingendosi alla restaurazione della potenza russa dopo il lungo periodo di instabilità. Meglio di tutti lo aveva effettivamente capito, e realizzato, il “padre dei popoli” Giuseppe Stalin, che dall’oscura funzione di ministro sovietico per le nazionalità aveva costruito le sue fortune, conquistando a colpi di nomine “etniche” la segreteria del partito, e quindi il potere assoluto. Insieme alle crudeli persecuzioni, come è noto, il “compagno Kobe” aveva raggiunto il massimo dell’efficienza del suo potere con grandiose deportazioni, risistemando lo scacchiere delle proporzioni nazionali in modo da disinnescare i conflitti e ottimizzare l’economia. Non c’è quindi da stupirsi se proprio questa strategia sta nuovamente prendendo piede, puntellandosi – per ora – su tre colonne: l’uso della forza in Cecenia, il ridimensionamento politico dei governatori degli 89 “soggetti federali” e una riforma fiscale che rimpolpi le casse dello stato succhiando i fondi delle regioni. Il “rivoluzionario” Eltsin, infatti, passerà alla storia principalmente per aver smontato il castello unitario sovietico, e aver invitato i capi dei poteri a prendersi «tanta autonomia, quanta fossero in grado di digerirne». Il nuovo federalismo eltsiniano aveva così permesso il decollo economico di Mosca-capitale e delle regioni più ricche di risorse, o guidate più abilmente, come le repubbliche tartare di Kazan e Ufa, la provincia di origine dello “zar Boris”, Ekaterinenburg, o la regione-simbolo delle sperimentazioni liberiste, quella Nizhnij Novgorod che, con il nome di Gorkij, aveva gelosamente custodito in esilio il più grande dei dissidenti, Andrej Sacharov. Il pendolo restauratore impone oggi di riportare tutti all’ordine legislativo centrale; molte leggi regionali, in effetti, contraddicevano anche la stessa Costituzione, sia nell’ambito dei diritti sociali e della persona, sia nella libera circolazione del commercio. Anche a livello economico si erano creati evidenti squilibri: al nuovo splendore dell’opulenta Mosca si oppone il degrado della trascurata San Pietroburgo, restaurata dai sovietici dopo la distruzione nazista come vetrina dell’orgoglio dei vincitori, e ridotta nell’ultimo decennio a città di frontiera abbandonata alla più sanguinaria lotta tra bande. Non poteva la città del presidente, e di buona parte della nuova classe dirigente, continuare a fungere da simbolo dell’incertezza del potere.Il nuovo centralismo è certamente una delle scommesse più rischiose della Russia di Putin, in quanto potrebbe arrestare comunque una delle principali direttive del possibile sviluppo dell’intero paese. La riforma fiscale prevede di riequilibrare la raccolta fiscale, che negli ultimi anni competeva alle regioni per il 49% del totale, riducendo la raccolta locale al 37% e lasciando nelle casse dei governatori non oltre il 20%, quasi la metà di quanto avveniva finora. Le regioni-donatori con bilancio attivo, che finora erano 18, si ridurrebbero a non più di 6-7, deprimendo in molti casi lo sviluppo dell’economia locale, e suscitando già alcune forti reazioni come quella del presidente del Bashkortostan, Rachimov, che non ha intenzione di cedere a Mosca i lauti profitti del petrolio della sua regione ai confini tra Europa e Asia. L’obiettivo dirigista di guidare delle riforme liberali su larga scala, limitando gli arbitrii locali, potrebbe ancora una volta arenarsi nell’eterna lotta tra i poteri forti dell’economia, la voglia di autonomia dei popoli e l’elefantiasi della burocrazia (per sottomettere i boiardi locali, bisogna costruire enormi “macchine da guerra” di funzionari statali). Proprio in guerre simili erano stati sconfitti i grandi “liberali” della storia russa, come il riformatore Speranskij, ministro del primo periodo di Alessandro I e il “dittatore liberale” Stolypin, figura a cui più di tutte si ispira il presidente Putin, con la protezione morale di “padri della patria” del livello di Aleksandr Solzhenicyn. A meno che non finisca per tornare al modello del vincitore, cioè a Stalin.

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