Il futuro è neo-hippy: da Yves Saint Laurent a Michele Prada
La prossima Primavera/Estate 2002 sarà hippy e pacifista. Stilisti e cool hunters, i “cacciatori” di tendenze, affermano che lo stile che verrà sarà decostruito, etnico e multicolor. Tuttavia, le neo-hippy non hanno molto in comune con quelle degli anni ’70. Il profilo delle figlie dei fiori del terzo millennio è quello di donne in carriera che lavorano e guadagnano parecchio – soprattutto per potersi permettere i kimoni-zingari di Luella Bartley, o gli zaini tie-and-dye di Yves Saint Laurent.
Non vanno in India alla ricerca del Nirvana, ma preferiscono respirare patchouli ed essenze esotiche in casa propria assaporando l’Oriente come un luogo della mente. Il turchese diventa la gemma preferita e il make-up al naturale di Bobbi Brown Essentials o Aveda sono all’ultimo grido. «L’essere hippy oggi è svuotato dei significati originari», afferma la giornalista Benedetta Barzini. «Esprime solo un bisogno di casual e di colore come forma di protesta verso il grigiore delle nostre città».
Anche la stilista Miuccia Prada durante le recenti sfilate maschili ha affermato nostalgicamente: «Nel nostro settore abbiamo tutti una gran voglia di ’68». Ma avrà parlato di moda o di politica?
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