Il gigante bifronte

Di Rodolfo Casadei
23 Novembre 2006
La millenaria vocazione di porta tra Oriente e Occidente oggi produce un paese sospeso tra voglia di libertà e rigurgiti nazionalisti. È la Turchia di Recep Erdogan

Istanbul
Il simbolo più persuasivo della Turchia di oggi è l’Otogar di Istanbul, la tentacolare stazione delle corriere interurbane nel sobborgo di Esenler: un gomitolo di svincoli e rampe di cemento lungo i quali sono parcheggiati centinaia di pullman in partenza per tutte le città del paese e per molte destinazioni balcaniche, caucasiche e iraniane. Centocinquantacinque biglietterie di altrettante compagnie di trasporti vendono i titoli di viaggio, centinaia di negozi offrono le merci più varie ai viaggiatori in partenza, migliaia di persone escono da decine di toilette e sciamano verso i mezzi in partenza, da cui scendono i provinciali appena arrivati in città.
Ma la confusione è solo apparente: l’Otobüs Express della Has, su cui si può prenotare la tratta Istanbul-Antiochia, 1.150 chilometri da coprire in 15 ore, parte con appena otto minuti di ritardo. Ciascun passeggero è seduto al posto assegnato in biglietteria e da lì non si sposterà fino alla fine della traversata, tranne una mamma con neonata piangente che l’assistente di viaggio sposterà nelle ultime file. È severamente vietato fumare, tenere il cellulare acceso e fare schiamazzi. La corriera si fermerà tre volte per permettere ai passeggeri di andare alla toilette, fumare come turchi e mangiare alla svelta in una sorta di autogrill. A bordo viene offerto uno spuntino a base di tè o caffè e tortina alla partenza, solo bevande calde la mattina dopo alle sette; acqua in confezioni di plastica e bicchierate di Pepsi Cola quasi a volontà; a cadenze regolari di quattro ore l’assistente di viaggio passa a spruzzare una colonia a base di limone sulle mani dei passeggeri e a raccogliere i rifiuti in un sacco azzurro. Una coppia di auricolari permette di seguire un film alla tv o di ascoltare musica della radio nazionale. Alle ore 10 del mattino seguente, con un anticipo di 30 minuti sull’orario previsto, l’Express della Has fa il suo ingresso nel modesto Otogar di Antiochia: per la modica somma di 45 lire (circa 20 euro, un decimo dello stipendio medio turco) si può attraversare la Turchia da un capo all’altro con efficienza e disciplina quasi teutoniche.
Il volto di sé che la Turchia in cerca di legittimazione internazionale ama offrire non è quello orientalista delle donne velate (sulla corriera ci sono una dozzina di donne di tutte le età e solo tre portano il foulard islamico) e delle mille sconfitte ottomane dall’assedio di Vienna in poi, ma quello della sanguinosa vittoria di Gallipoli, dove la divisione affidata al giovane ufficiale Kemal Mustafa (il futuro Atatürk) dal generale tedesco Von Sanders chiamato a riformare l’esercito ottomano fermò per sempre l’avanzata del corpo di spedizione anglo-australiano-neozelandese nel 1915: disciplina, spirito di sacrificio, applicazione.

Tanta gente in chiesa
Strana gente i turchi di oggi. Viaggiano in corriera come berlinesi, fanno la coda come inglesi per salire sui pulmini privati, ostentano laicismo alla francese in materia di precetti religiosi e insieme orgoglio di intensità polacca o irlandese per le proprie radici (islamiche nel loro caso) e sprezzo sciovinista di marca russa nei confronti delle esigue minoranze religiose. Ma si prendono anche delle libertà che escono da questo ritratto. Dai traghetti che fanno la spola fra le due splendide rive del Bosforo saltano come grilli sulla banchina del molo quando ancora il battello non ha attraccato e le passerelle non sono state stese. Benché musulmani, entrano a frotte nella chiesa di Sant’Antonio a Istanbul, seminascosta da un muro di cinta perché, come tutti gli edifici sacri non islamici, non ha diritto a mostrare la facciata sulla strada, e accendono candele al santo; ad Antiochia i loro lumini votivi, incastrati nelle fessure della roccia, hanno annerito le pareti della grotta di san Pietro, dove secondo la tradizione Pietro e Paolo hanno predicato alla prima comunità cristiana della storia.
Mentre la maggior parte dei giornali e il potentissimo establishment militare lanciano allarmi contro l’islamizzazione strisciante delle istituzioni e le minacce alla natura secolare dello Stato turco, loro danno fiducia all’ambiguo islamismo moderato dell’Akp di Recep Erdogan e si mostrano convinti (64 per cento secondo i sondaggi) che dovrebbe essere abolito il divieto per le donne di indossare il foulard islamico in tutti gli spazi facenti capo alla Pubblica amministrazione. La presenza pubblica del velo è in realtà già tollerata non solo alla facoltà di teologia dell’università di Marmara (visto coi miei occhi), ma anche alla Prima università di Istanbul, considerata di sinistra, e all’università del Bosforo, finanziata dagli Usa.
«Ma quale islamizzazione, in Turchia la pratica religiosa è in diminuzione! Se oggi il processo di democratizzazione del paese ha qualche possibilità di progredire, dobbiamo ringraziare proprio l’Akp e il suo impegno per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Il problema di questo paese non è l’islamismo, ma il nazionalismo». A parlare in questo modo non è un militante del partito di Erdogan, ma nientemeno che un giornalista armeno pluriperseguitato il cui nome figura in tutti i rapporti di Amnesty International sulla Turchia: Hrant Dink, direttore del settimanale turco-armeno Agos. A suo carico negli ultimi tre anni sono stati avviati quattro procedimenti giudiziari (in uno è stato assolto, in uno è in appello dopo essere stato condannato a sei mesi con la condizionale, gli altri due sono in corso), tre dei quali in forza del famigerato articolo 301 del Codice penale per il quale è stato processato anche il premio Nobel Orhan Pamuk: “oltraggio alla turchità”. A innescare questi processi non sono gli islamisti, ma avvocati ultranazionalisti.

Tatticismi musulmani
Il partito di Erdogan raccoglie principalmente il voto dei conservatori tradizionalisti e, in misura minore, quello degli autentici islamisti avversari della laicità, ma anche quello di democratici delusi da partiti laici incapaci di fare da contrappeso allo strapotere dei militari. Questi ultimi sono talmente temuti che spesso sui giornali si parla di loro solo per perifrasi come “lo Stato profondo” o “i poteri favorevoli allo status quo”. Da tutto ciò discende una situazione paradossale: militari e laici, che per primi hanno domandato l’adesione della Turchia alla Ue, oggi frenano realizzando che l’introduzione degli standard europei di democrazia nel paese toglierebbe loro l’attuale potere di interdizione sugli islamisti; questi ultimi, che dovrebbero essere ostili alla laicità secolarista della Ue, mostrano invece entusiasmo per l’Europa, vista come il contesto che permetterebbe loro di liberarsi della tutela dei militari.
Va infatti notato che in quattro anni di governo l’Akp non ha potuto introdurre nemmeno un solo provvedimento di sapore islamista, neppure l’abolizione del divieto del velo nelle università e nella Pubblica amministrazione. «In Turchia tutti sospettiamo che l’Akp sia pro-europeo per ragioni tattiche», spiega Emre Öktem, docente di diritto internazionale all’università Galatasaray. «Ma sappiamo anche che una volta che nel nostro paese saranno introdotti i diritti umani secondo lo standard europeo, non si potrà più tornare indietro. Che ci credano o meno, anche gli islamisti dovranno adeguarsi».
Morale della favola: è la prospettiva dell’adesione all’Europa che ha messo in movimento la società turca, da 80 anni irrigidita in una disciplina di impronta militare, ma animata da un desiderio di libertà di cui gli antiregolamentari salti dai traghetti e le candele accese nelle chiese sono una spia. Se oggi questioni un tempo tabù come i diritti culturali dei curdi, il riconoscimento del genocidio armeno, la personalità legale delle minoranze cristiane, la clandestinità a cui sono condannati gli aleviti (la prima minoranza religiosa del paese con 15 milioni di aderenti) sono diventate almeno materia di dibattito, lo si deve al processo di adeguamento della legislazione turca a quella europea. Ciò provoca una reazione nazionalista che si fa scudo della difesa della laicità allo scopo, in realtà, di conservare un controllo autoritario sul paese. I turchi aspirano alla libertà, e la cercano anche dove non c’è o la confondono con la stravaganza. Ma che ci possono fare: quando guardano verso la sponda europea del Bosforo vedono un continente dove il culto della libertà è altrettanto confuso e decadente.

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