Il governo dei migliori
Thomas Jefferson è il padre indiscusso della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Il documento “più illuminista” di quelli fondativi degli Stati Uniti d’America, eppure pure esso debitore nei confronti di una lunga tradizione storico-giuridica britannica che, in sé, d’illuminista ha ben poco. In due lettere — l’una a John Adams del 28 ottobre 1813, l’altra a Samuel Kercheval del 12 luglio 1816 —, Jefferson lo palesa sostenendo la necessità di aristocrazie e di gerarchie sociali. Le si leggano su Élites, studi e progetti sul federalismo — che all’idea dell’autogoverno (cara proprio al “ramo conservatore” della tradizione jeffersoniana) dedica uno “speciale” —, accompagnate da un commento di Carlo Lottieri. Il quale osserva che «il grande pensatore virginiano era intimamente persuaso che una delle maggiori prerogative di una società libera fosse proprio da rinvenire nella maggiore disponibilità a fare emergere le aristocrazie “naturali” o, in altri termini, le migliori qualità di chi più vale e più merita. La stessa libertà religiosa o il diritto di autogoverno vengono esaltati […] in quanto condizioni fondamentali per fare emergere sempre nuove personalità eccellenti». Nessuna teoria elitista, peraltro: «A Jefferson, piuttosto, sta a cuore la possibilità che quanti possiedono le migliori qualità possano esprimerle e che a tutti gli altri sia consentito di trarre beneficio da ciò. È in questo senso quanto mai significativo che, dopo aver tracciato la distinzione tra aristocrazie “naturali” e “artificiali”, egli veda nella politica proprio la costante minaccia di una logica tutta arbitraria che rischia di far prevalere la seconda sulle prime».
Élites — pubblicato quadrimestralmente dalla Rubbettino di Soveria Mannelli (Cz), un editore che molto ha puntato sulla letteratura liberale classica e libertarian — esce oggi in supplemento al bimestrale Fondazione liberal, diretto a Roma da Ferdinando Adornato. Nel tentativo di articolare un jeffersonismo anche per l’Italia.
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