Il governo vuole che le università valorizzino i maturati migliori. Porte aperte ai voti “politici”

Di Cominelli Giovanni
02 Agosto 2007

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sulla “valorizzazione del merito e della qualità negli studi secondari e universitari” prevede che per l’accesso alle facoltà universitarie a numero chiuso o programmato si tenga conto non solo dei risultati dei test d’ingresso, ma anche dei voti ottenuti negli ultimi tre anni.
Il testo gronda di buone intenzioni. Ma l’eterogenesi dei fini è già alle porte. Il provvedimento non tiene conto del fatto che l’intero sistema di valutazione interna, fondato su voti, esami e diplomi finali, è completamente disarticolato e liquefatto. Per tutti gli anni in cui la scuola gentiliana ha funzionato, un paradigma condiviso univa programmi, protocolli valutativi, preparazione degli insegnanti: un voto in matematica dato a Palermo era equipollente a quello dato a Bolzano. Sotto lo stesso numero stava lo stesso contenuto conoscitivo accertato. A partire dalla dilatazione quasi improvvisa della scuola di massa quel paradigma è saltato. I risultati Ocse-Pisa incrociati con quelli della valutazione interna testimoniano che mediamente il voto “sette” dato al Sud equivale a un “cinque” dato al Nord. Ma senza ricorrere alle analisi dell’Ocse-Pisa, che molti contestano, basterà la percezione nasometrica di chiunque operi nella scuola: criteri di giudizio e voti variano da classe a classe, da scuola a scuola, da territorio a territorio, da indirizzo di studi a indirizzo.
Perché siamo arrivati a questo punto è storia lunga, passibile delle più varie interpretazioni. Ma il fatto è certo. Il voto è ormai diventato un voto politico, benché in senso diverso da quello sessantottino. Si raddoppiano di colpo le bocciature alla maturità perché occorre politicamente dimostrare che la scuola dal 2006 è migliore di quella della legislatura precedente. O, al contrario, si invita a non bocciare per risparmiare soldi e mantenere cattedre. Lo scenario che si presenta è molto limpido: poiché le scuole sono interessate a inviare i propri maturati nelle facoltà più selettive, i voti saranno artificiosamente innalzati. In nome della serietà e del merito, si ottiene l’opposto: che le scuole serie, le classi serie, gli insegnanti seri saranno penalizzati. Così si introduce nel sistema scolastico la legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia quella buona. Ci sono solo tre cose da fare: abolire il valore legale del titolo di studio e passare alla certificazione delle competenze. La terza? Lasciare le cose come stanno. Sempre meglio.

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