Il grande dittatore

Di Tempi
21 Giugno 2000
Dalla strage di Hama ai sospetti di coinvolgimento nell'attentato di Lockerbie. Dall'eliminazione dei fedayn di Arafat, all'occupazione del Libano. Dalla strage dei marines americani alla svolta filo Usa nella guerra contro l'Irak. In morte di Hafez el Assad, il Leone di Damasco

Alba del 30 marzo 1984. Damasco dorme ancora. I primi raggi di sole fendono appena le alture sabbiose che circondano la parte orientale della città. Per le strade però c’è già traffico. Traffico stridente di carri e soldati in movimento. Dal piazzale di Kafar Susa, lungo la strada per l’aereoporto, uno squadrone di T72 tiene le torrette puntate sul quartier generale dei servizi segreti. La fanteria meccanizzata ha circondato l’hotel Meridien e il comando regionale del partito, reparti di soldati delle forze speciali stanno minando i giardini tra lo Sheraton Hotel e il nuovo Palazzo degli Ospiti. Una faida familiare si sta trasformando in guerra civile. Da mesi i rapporti tra il presidente Hafez Assad, presidente padrone della Siria e suo fratello Rifaat, vicepresidente, non vanno per il meglio. Adesso sembra essere scoccata l’ora decisiva. Rifaat alla testa dei suoi fedeli è sceso nel cuore di Damasco. Tutti attendono il regolamento di conti. Invece, lungo la città deserta scende una macchina solitaria, senza guardia e senza scorte. A bordo c’è Assad. Vestito in alta uniforme e accompagnato da un consigliere sta andando da solo a convincere il fratello a sgombrare il campo. Poche ore dopo i carri armati si ritirano. A fine maggio Rifaat prende la strada dell’esilio.

Quell’episodio di 16 anni fa è fondamentale oggi per comprendere chi sia stato Hafez-el Assad. Innanzitutto un grande dittatore. Un uomo di potere assoluto che per trent’anni ha governato da solo, deciso da solo, agito da solo. Questa sua grandezza è anche la sua debolezza. A pochi altri leader possono venir attibuite con tanta sicurezza non solo i meriti, ma anche le nefandezze del loro regno. Perfino Pol Pot resuscitato e portato davanti ad una corte potrebbe chiedere al giudice di condividere le responsabilità del genocidio cambogiano con almeno altri cinque collaboratori. Il Leone di Damasco no. Non v’è azione di governo o azione clandestina con protagonista la Siria in cui Assad non abbia deciso in prima persona. E allora le nefandezze da ricordare sono tante. In ordine di grandezza la prima si chiama Hama. Hama è un’antica città siriana 200 chilometri a nord di Damasco. Hama è anche una delle città sante dei musulmani sunniti siriani. Nell’82 hama diventa l’epicentro di una violenta rivolta. I sunniti siriani dopo dodici anni di malcontento cercano di liberarsi del ìleone di damascoì erede di un clan scita alawita. La città viene sottratta al controllo di Damasco, ma il ìleoneì decide di non trattare. A poche ore dall’inizio della rivolta la città viene circondata dai carri armati. Poi nel cielo si alzano i Mig. Una pioggia di bombe si abbatte sulle roccaforti dei ribelli e sulle case dei civili. La rivolta sunnita viene spenta in meno di 24 ore. Tra le rovine di Hama si raccolgono i corpi di oltre diecimila tra civili innocenti e rivoltosi in armi. Ma la storia di Hama e solo la punta d’iceberg nella collezione di zampate inferte al mondo e ai suoi nemici dal Leone di Damasco. Se lo sarà ricordato bene Arafat, mentre, con ipocrisia tutta araba, seguiva il feretro di quello che fu uno dei suoi più acerrimi nemici. Impegnato ad asservirlo ai propri voleri Assad uccise forse più luogotenenti di Arafat di quanti non ne abbiano eliminati i servizi segreti israeliani. E se Israele invase il Libano costringendo Arafat ed i suoi ad andarsene a Tunisi, il Leone di Damasco, dopo il ritiro israeliano, fu il maggior ostacolo ad un ritorno palestinese. E come non ricordare la feroce determinazione con cui in sempre in Libano Assad annichilì ogni speranza cristiana, bombardando le roccaforti falangiste, eliminandone a colpi di attentati e sicari i leader e trasformando alla fine quest’angolo del medio-oriente in una sua docile provincia. Ma la lista è ben lungi dall’essere esaurita. Clinton a differenza di Arafat non ha partecipato ai funerali perchè non può fingere di dimenticare il contenuto di decine di dossier della Cia dedicati al defunto “leone”. Lì i misfatti sono registrati uno ad uno. Al primo posto la morte negli anni ottanta a Beirut di 240 marines disintegrati, assieme alla caserma dove dormivano, da un auto bomba arrivata dal settore di Beirut controllato dalle milizie filo-siriane. Al secondo posto, sempre nei travagliati anni 80, il dirottamento di un aereo della Twa rimasto per una settimana nelle mani dei terroristi su una pista dell’aereoporto di Beirut. E poi le tonnellate di droga coltivata e raffinata per più di un decennio nella valle libanese della Beka e messa sul mercato internazionale grazie agli appoggi della Siria. Infine i milioni di dollari falsi stampati d’accordo con l’Iran e distribuiti in tutto il mondo dagli emissari di Damasco. Ma il sospetto più grande riguarda la strage di Lockerbie fin qui attribuita ai libici. Secondo nuove rivelazioni la bomba sull’aereo, esploso nei cieli inglesi, rappresentò la vendetta degli ayatollah per l’abbattimento di un aero civile dell’Iran Air abbattuto per errore da una nave americana nel golfo Persico. Ma la mano che armò il detonatore sarebbe stata, secondo molte indiscrezioni, siriana. Un favore quasi obbligato per un Leone sciita che guardò sempre a Teheran come al proprio miglior alleato in Medio-Oriente.

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